lunedì 23 agosto 2010

Il treno degli arabi

E' un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, quello offerto dal treno regionale che da Reggio Calabria arriva a Catanzaro, sfilando affannosamente lungo la costa jonica grazie alla spinta del suo rumoroso motore diesel.
Risale la Calabria, costeggiando spiagge sabbiose che rimangono semideserte anche nella settimana di ferragosto. A tratti, sembra proprio di godersi la spiaggia, quando i finestrini aperti lasciano entrare il suono ritmico della risacca delle onde e il sole che inonda lo scompartimento si riflette anche sul mare cristallino facendo scomparire per fugaci istanti tutto ciò che si ha intorno.
Si superano i vari paesi, Condofuri, Bova Marina, Brancaleone, Bianco, Ardore, Locri, per poi passare a quelli che, forse per un senso di appartenenza ancora maggiore al loro territorio, hanno anche nel nome il loro mare: Roccella Jonica, Gioiosa Jonica, e altri che si oltrepassano senza fermarsi, come Sant'Andrea Apostolo dello Jonio. Per tutti, un unico layout cittadino: la stazione della ferrovia, punto baricentrale rispetto alla chiesa parrocchiale e all'asse di simmetria della strada statale che divide i residenti "sul mare" da quelli "vicino al mare".
Cittadine erose da sempre dal sole e dallo iodio, e più di recente da una emigrazione feroce che ha visto svuotarsi questi centri delle persone più giovani, che ora vi ritornano, d'estate, per apprezzare la compagnia dei parenti e i bagni nello Jonio sempre limpido e salatissimo. Cittadine erose anche da un costume urbanistico per cui si prepara oggi quello che si finirà di costruire tra decine d'anni, lasciando scheletri di edifici enormi, vuoti, a cielo aperto, pilastri nudi e tondini protesi verso l'alto, per decenni, come un sordo richiamo alle genti che sono partite, a contrastare in maniera netta con il paesaggio selvaggio e aspro, armonioso, bellissimo nei suoi colori che dal verde all'azzurro virano improvvisamente ad ogni sguardo verso il giallo e il nero dei campi arsi dal fuoco.
Il viaggio procede, ma non immaginate i treni a cui probabilmente siete abituati: si tratta di una carrozza singola, la cui locomotrice è parte integrante dell'unico piccolo convoglio. D'inverno, è probabilmente più che sufficiente. D'estate si trasforma in un autobus su rotaia in cui si affollano ordini diversi di passeggeri, che rozzamente si possono suddividere in due categorie: chi parte per tornare a casa per qualche giorno di vacanza, e chi parte invece per raggiungere una spiaggia su cui lavorare. I primi guardano nervosamente l'orologio, vestiti di pantaloncini di buona marca, con voluminosi bagagli al seguito, e ad ogni minuto di ritardo del treno fanno scattare ansiose telefonate a mamme e parenti in attesa, lanciando occhiate cariche di risentimento verso il treno che sottrae minuti preziosi all'agognato ricongiungimento. I secondi, vestiti assai più modestamente, hanno come unico bagaglio degli ampi involti coperti di buste, e parlano scherzosamente tra di loro in una lingua straniera a questi luoghi. Vengono dal Marocco, dalla Libia, dal Pakistan, dal Bangladesh, dalla Turchia e dall'Egitto, e nei loro ampi cartoni involtati in logore buste di plastica hanno le mercanzie che venderanno sulle spiagge joniche, passeggiando sotto il sole per kilometri fino a ritornare da Catanzaro, destinazione di questo viaggio, alla stazione di partenza del nostro trenino, Reggio Calabria. Per loro, il concetto stesso di ritardo ha un significato diverso, etereo, rarefatto. I primi sono singoli, ognuno diretto verso la propria meta familiare o di svago, gli altri invece sono un gruppo reso coeso dalla lontananza da casa, dalla situazione di precarietà, dall'estraneità della lingua, tanto che quando passa il controllore fanno insieme una colletta per raggiungere la cifra richiesta - ma il controllore avrà poi emesso il relativo biglietto?
Ma la cosa che più mi colpisce in questo viaggio attraverso la natura incontaminata, mentre il locomotore allerta gli automobilisti fermi ai passaggi a livello con i suoi barriti da elefante meccanico, sono gli sguardi di due ragazzi che siedono vicino a me. L'uno, appartenente alla prima delle due categorie descritte, guarda di sottecchi l'altro che gli sta di fronte, un extracomunitario probabilmente tunisino o marocchino, lo squadra con un senso di alterità e di distacco, mentre l'altro è concentrato a rassettare una delle buste di plastica che si è lacerata e che non copre più come dovrebbe le cianfrusaglie che di lì a poco proporrà ai bambini sul bagnasciuga. Il primo è robusto, tendente al grasso, e già pregusta le melanzane ripiene che la mamma sta preparando in uno dei paesini jonici dove si concentrano i suoi ricordi d'infanzia. L'altro è magro e non sa ancora cosa mangerà nelle prossime ore, nei prossimi giorni. Eppure, si somigliano più di quanto essi stessi sappiano. Stessa carnagione olivastra, scura, stessa barba ispida e trascurata, stesso taglio degli occhi e del mento, stessa forma della fronte e delle orecchie.
E così, nel confronto silenzioso tra passeggeri italiani e non, capisco che questo è il treno degli arabi, dove quelli di recente immigrazione incontrano i loro fratelli giunti qui qualche secolo prima, dove la storia passata e quella presente e futura del Sud Italia trovano un punto di congiunzione e di contatto, per il breve tempo di uno sferragliare di locomotiva.

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