mercoledì 23 febbraio 2011

Il car pooling. Andiamo al lavoro insieme?

Si parla tanto di ambiente e di sostenibilità delle nostre scelte di vita, di valutazione degli impatti che tali scelte hanno sull'inquinamento del nostro pianeta e sulla salute dell'uomo e dell'ecosistema in genere, e spesso, quando si parla tanto di un argomento, è perchè alle parole non seguono le azioni che sarebbero conseguenti e necessarie.

E' questo anche il caso del car pooling, un concetto tanto semplice quanto difficile da realizzare, almeno in Italia. L'idea generale è presto spiegata: spesso ci troviamo a percorrere gli stessi percosi (auto)stradali ogni giorno, più o meno allo stesso orario, per andare e tornare dal lavoro, portare e riprendere i figli da scuola o dallo sport, andare a giocare a badminton o canasta con gli amici la sera, e in tutti questi spostamenti ci lamentiamo del traffico e dello smog, e della conseguente perdita di tempo. Ma se ci guardassimo intorno, noteremmo che nelle autovetture affianco alla nostra, nella stragrande maggioranza dei casi non c'è che una persona alla guida. In ogni automezzo che potrebbe trasportare 4 o 5 persone, tutti i posti tranne quello del guidatore sono vuoti. Ecco l'idea: perchè non organizzarsi, tra cittadini che percorrono lo stesso tratto di strada ad orari simili, per andare e tornare insieme? Non serve necessariamente riempire le macchine, basterebbero due persone per dimezzare il traffico, lo smog, i costi.

Il car pooling, così si chiama per chi parla la lingua, è un concetto già diffuso negli Stati Uniti, dove su ogni autostrada ci sono corsie riservate per automezzi con almeno 2 o 3 persone all'interno (vedi immagine all'inizio del post), e nel nord Europa, dove si è molto più sensibili di noi ai temi della ecosostenibilità e della qualità della vita. In Italia, il car pooling fatica molto a prendere piede per resistenze sia (in)culturali che tecnologiche.

Dal canto mio, già da tempo, avevo pensato che il processo di scelta delle persone con cui viaggiare avesse bisogno di una adeguata struttura informatica che lo supportasse e non potesse essere limitato al passa parola. Ad esempio un sito web, in cui inserire i propri percorsi effettuati o di interesse, in modo da consentire alla tecnologia di cercare gli altri utenti "compatibili", garantendo al tempo stesso un qualche tipo di controllo sull'affidabilità degli utenti stessi (chi vorrebbe viaggiare con uno sconosciuto senza avere nessuna garanzia o informazione preventiva sul suo conto?).

Nel tempo sono sorti alcuni siti di questo tipo, segno che l'idea era buona, ad esempio http://www.passaggio.it/ oppure http://www.postoinauto.it/ dove è possibile per singoli individui registrarsi e cercare percorsi di interesse. Inoltre, recentemente anche Austrade per l'Italia, dal sito http://www.autostradecarpooling.it/ favorisce, con sconti al casello per chi aderisce, una modalità di car pooling  specializzata per i percorsi solo autostradali.
Mancava finora una proposta per le aziende, che sensibilizzasse i mobility manager, figure professionali ormai sempre più diffuse nelle imprese private e negli enti pubblici, a incentivare i dipendenti verso tale scelta. Sabato scorso, in una conferenza, ho conosciuto per caso Enrico Charini, un giovane manager che ha realizzato proprio una società per elaborare una proposta di car pooling volta sia al singolo guidatore che alle aziende, e tale incontro è stato proprio lo spunto per riprendere mentalmente questo flusso di pensieri e scrivere questo post. La società si chiama http://www.drivebook.com/ e secondo me sentiremo presto parlare molto di loro.

Un'altra idea che mi frulla per la testa da un po' è la possibilità, ora che si sono diffusi gli smartphone e i device mobili di nuova generazione (iphone in primis), di ottenere dal nostro telefono il tracciamento automatico del percorso che facciamo ogni giorno, arrivando così ad avere in pochi giorni un suggerimento di contatto con altri utenti che percorrono lo stesso tratto di strada negli stessi orari, informazione che sarebbe anch'essa desunta automaticamente dal loro punto di vista, mediante l'uso della stessa applicazione.

Tuttavia, nonostante l'iniziale fermento intorno all'idea, nel parlare con un amico e collega (Marco Benedetti, che ringrazio), ho ricevuto queste sue riflessioni che ho trovato stimolanti e che dunque ritengo utile riportare:
Ad esempio, è da almeno 15 anni che il tratto urbano dell'A24 è fermo tutti i giorni dalle 06.00 di mattina alla 10.30, con un tempo di percorrenza di una o due ore (anche 3 quando va male) per un tratto di pochi chilometri che si percorre in 6/7 minuti se sgombro.
Ed è intasata di veicoli a singolo conducente.
Se anche solo si arrivasse con il pooling ad una media di 2 persone indipendenti per veicolo, il traffico sparirebbe.
Organizzare un car-pooling attorno all'A24 non è difficile, perché i punti di accesso sono solo 3 o 4 (Tivoli, Castel Madama, Lunghezza, Immissione A1, Raccordo) e le persone potrebbero lasciare le macchine in dei punti di raccolta lì intorno e "poolarsi" per venire a Roma, dove raggiunta una metro potrebbero "spoolarsi" facilmente.
Uno dei problemi paradossali del pooling è la sua efficienza.
Andare in car pooling significa meno benzina consumata, meno incidenti, meno macchine da ri-comprare e manutenere, meno servizi al contorno (benzinai, gommisti, carrattrezzi, elettrauti, carrozzieri, ecc.). 
Insomma, più pooling significa meno lavoro per l'enorme indotto dell'auto, meno economia che gira.
Proprio in virtù di questa efficienza, non è difficile trovare enormi interessi a fare lobby contro questo progetto.
Il car pooling senza un modello alternativo complessivo di sviluppo e mobilità sostenibile è un corpo estraneo, e come tale viene rigettato.
Probabilmente ha ragione Marco: incrementare e promuovere il car pooling va contro gli interessi dell'industria, ed è per questo che se ne parla tanto, ma alle parole non seguono i fatti.

Ma noi, noi singoli cittadini, che passiamo ore nel traffico e nello smog, siamo condannati da un avverso destino a dover fare sempre, nostro malgrado, gli interessi dell'industria?

O potremmo iniziare a organizzarci per conto nostro, grazie alla tecnologia e all'iniziativa di singoli illuminati, magari facendo anche pressione positiva sui nostri datori di lavoro?! 

E voi, che ne pensate?

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