lunedì 5 dicembre 2011

L'euforia e la paura

A caldo (e febbricitante) scrivo una memoria in diretta. Lo dico subito: l'entusiasmo anti-Berlusconi mi fa paura. Voglio dire: in democrazia, la caduta di un governo non scatena entusiasmi, non libera follie. Al più, si dovrebbe riconoscere l'onore all'avversario sconfitto.

Dice: ma Berlusconi non riconosce mai alcun onore agli avversari. Per me, è semplicemente un motivo in più per riconoscerglielo -- per marcare la differenza, anzitutto.

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Detto questo, la mia inquietudine è di tutt'altra natura: tutto sembra un miscuglio di rabbia stile Hotel Raphael (ma le monetine, una volta tanto, ce le ridessero indietro...) e euforia modello Mondiali 2006 (e dire che quella Nazionale l'avevamo demolita, prima della partenza).

Ma cosa ci aspetta, domani? E poi: un governo tecnico lo accetteremo di buon grado? (Preciso: in astratto, sono contrario ai cosiddetti governi tecnici, perché sono il commissariamento della politica, e quindi della democrazia. Ma in concreto, temo che siano gli unici governi che, forse, possano fare scelte impopolari.) Voglio dire: adesso si vada con Mario Monti, si vada con tecnici o tecnici+politici, ma saremo pronti ad accettare quante cose del tutto impopolari dovrebbero fare? E, all'opposto, non è che, se le cose sconvenienti ce le propone una faccia diversa, allora accettiamo di buon grado anche il peggio?

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Infine, non posso non aprire una critica, e forte, a sinistra. Parlo prima che Tony Blair arrivi a «Ballarò», e dico che, finché non avremo un Blair italiano, non ci saremo rivelati pronti per una democrazia matura. Non basta dire di no: bisogna dettare la linea e avere il coraggio delle proprie azioni. E se Berlusconi non ha mai avuto il coraggio delle azioni dei suoi governi (cito un esempio a caso: il famoso contributo di solidarietà, messo e poi tolto e poi rimesso annacquatissimo, per tacere delle considerazioni sulla patrimoniale), non mi sembra che a sinistra ci sia poi tutto questo coraggio di prendere decisioni impopolari e che scontentano parte del paese.

Il neolaburismo, pur con tutti i suoi difetti, è stato questo: progressismo nei diritti civili, nella scuola e nella sanità, ma pugno duro contro l'emarginazione sociale, una barra a dritta che aveva portato Blair, quando era ministro ombra dell'Interno (una funzione istituzionale, di là dalla Manica), su posizioni di critica forte ai conservatori, rei di avere la manica troppo larga.

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Ora, con tutto ciò, non voglio dire che le ricette neolaburiste siano perfette per l'Italia, questo no; e non voglio neanche dire che sto dalla parte di Matteo Renzi: non è il mio candidato, e anzi, se devo dire un nome nel PD, dico e dirò Chiamparino, l'unico serio, l'unico che fa parlare i fatti (ma siccome buca poco il video, ha pochissime possibilità).

Quindi, non faccio nomi; ma mi limito a dire che nell'alveo del centrosinistra dovremmo cominciare a proporre un programma vero, ben lontano da quello che è stato nel 2006 (quasi 300 pagine per dire tutto e il contrario di tutto). Un programma progressista, che abbia idee chiare e sappia proporle.

Voglio dire, e qui chiudo: non basta l'entusiasmo. Ci vogliono programmi, idee e una visione complessiva del mondo. Bisogna dettare la linea -- quale che sia, purché sia; e Blair, in campo progressista, in tempi recenti è stato l'ultimo a farlo (con i suoi pregi e con i suoi difetti, ovviamente).

E non credo che il centrosinistra italiano, negli ultimi 17 anni, abbia mai avuto niente del genere. E questo mi fa paura.

(Scritto il 12 novembre 2011 alle ore 22.05)

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