martedì 22 novembre 2011

Sei gradi di separazione... o cinque!?


Da tempo mi affascina la "teoria dei sei gradi di separazione" ovvero, riprendendo da Wikipedia, quella ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene.
Quest'idea mi affascina, perchè da una parte mostra come il mondo, quell'orizzonte vasto e inconoscibile nella sua totalità, possa essere in realtà considerato "a portata di mano", e come le risorse a nostra disposizione siano virtualmente infinite; dall'altra perchè è una delle idee prodotte dall'igegno umano che sfuggono ad un giudizio di validità di primo acchitto... Sarà vera o no questa teoria? Difficile dare una valutazione sensata e provata. 

Ci aveva provato, sempre riprendendo da Wikipedia, nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram. Egli trovò un nuovo sistema per testare la teoria, che chiamò "teoria del mondo piccolo". Selezionò casualmente un gruppo di 256 americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, la sua occupazione, e la zona in cui risiedeva, ma non l'indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all'esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che a loro giudizio avesse il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via fino a che il pacchetto non venisse personalmente consegnato al destinatario finale. I promotori dello studio si aspettavano che la catena comprendesse perlomeno un centinaio di intermediari, mentre invece, per far arrivare il pacchetto, ci vollero in media solo tra i cinque e i sette passaggi.

Questa fu una prima parziale verifica che la teoria dei sei gradi di separazione potesse essere valida, ma di fatto fino ad oggi mancavano delle verifiche ad ampio spettro della veridicità dell'ipotesi. Fino ad oggi, appunto. 

Ora le notizie sono due: 
  • Facebook, analizzando il grafo di connessioni di amicizia dei suoi 721 milioni di utenti attivi, ha dimostrato su un campione di persone mai così ampio che la teoria è valida, e che anzi nel 99,6% delle coppie possibili di persone bastano solo 5 intermediari, e nel 92% delle coppie possibili ne bastano addirittura
  • Lo studio è stato reso possibile grazie all'uso di state-of-the-art algorithms developed at the Laboratory for Web Algorithmics of the Università degli Studi di Milano. Quindi un successo parzialmente italiano!
L'articolo dove viene presentata questa analisi dei dati presenti su Facebook è disponibile qui.

A questo, una volta dimostrato che io posso entrare in contatto così facilmente con chiunque voglia, ecco cosa rimane da capire:

domenica 6 novembre 2011

Il Sistema di Contribuzione alla Chiesa Cattolica in Italia


Mi è stato chiesto da alcuni amici di scrivere un articolo, quanto più possibile autoconsistente ed equilibrato, sul sitema di contribuzione alla Chiesa Cattolica in Italia. 

Questo è il risultato, che condivido con i lettori del mio blog, sperando in un commento sugli aspetti più controversi che vengono qui delineati.

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Il Sistema di Contribuzione alla Chiesa Cattolica in Italia

In questo articolo si daranno alcuni cenni, senza pretesa di esaustività, sul sistema di contribuzione alla Chiesa Cattolica vigente in Italia, in modo particolare per ciò che riguarda il cosiddetto contributo dell’otto per mille dell’imponibile IRPEF, descrivendo le origini storiche della legislazione attuale, legati in massima parte al Concordato tra Stato e Chiesa e ai Patti Lateranensi, e descrivendo la situazione attuale e i possibili sviluppi futuri.

Origini storiche

A seguito della annessione dello Stato Pontifico nel Regno d’Italia, avvenuta nel 1870, e con la conseguente perdita del potere temporale da parte della Chiesa Cattolica, venne riconosciuto da parte del nascente Stato Italiano un danno economico subito dalla Chiesa a causa delle molteplici confische di beni ecclesiastici avvenute in quel periodo. Tale riconoscimento comportò tra l’altro, con i Patti Lateranensi del 1929, nel contesto di una più ampia regolamentazione dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa Cattolica, l’impegno da parte dello Stato a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico tramite il meccanismo della congrua.
L'assegno di congrua rappresentava una erogazione mensile effettuata dallo Stato italiano agli esponenti del clero, a guisa di stipendio. Gli importi erogati non erano molto elevati, tanto che spesso venivano stanziate delle somme di integrazione. Per esempio ad un parroco dal 1925 fino al 1944 veniva liquidata la somma annua di 3.500 lire, importo che aumentò gradualmente fino ad arrivare negli anni '50 ad una somma di poco superiore alle duecentomila lire e nel 1986, ultimo anno di pagamento della congrua da parte dello Stato, ad una cifra annua tra gli otto e i dieci milioni di lire.
Quando nel 1948 venne promulgata la Costituzione Italiana, l’articolo 3 sancì che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tale principio di uguaglianza anche nei confronti della religione professata dai singoli indusse ad avviare una revisione del meccanismo di sostentamento del clero basato sull’assegno di congrua. Pur volendo continuare a mantenere un sostegno da parte dello Stato nei confronti del clero, si cercò per molti anni di studiare un sistema che fosse aperto anche alle altre confessioni religiose. Tale sistema vide la luce solo il 18 febbraio 1984, con la firma del nuovo Concordato tra l'allora Presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi e il Segretario di Stato Vaticano Agostino Casaroli. Nel nuovo Concordato si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa avvenisse nel quadro della devoluzione di una frazione del gettito totale dell’IRPEF, ovvero dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, che comprende la tassazione derivante da redditi fondiari, di capitale, di lavoro dipendente, di lavoro autonomo e di impresa. Il meccanismo di devoluzione che venne studiato prevedeva una scelta da parte del contribuente circa l’ente a cui destinare tale frazione del proprio reddito. La frazione da corrispondere da parte dello Stato alla Chiesa Cattolica, alle altre confessioni convenzionate (per scopi religiosi o caritativi), o allo Stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), venne definita in misura dell'otto per mille del gettito totale, in base alle opzioni espresse dai contribuenti contestualmente alla dichiarazione dei redditi. La materia fu regolamentata dalla legge n. 222 del 20 maggio 1985 e da successivi decreti legge e circolari attuative e divenne operativa a partire dalla fine del 1986.
A differenza del meccanismo dell’assegno di congrua, il sistema di contribuzione basato sul versamento dell’otto per mille dell’IRPEF è dunque un sistema aperto anche ad altri enti o realtà, infatti negli anni successivi lo Stato italiano ha firmato intese analoghe a quelle stipulate con la Chiesa Cattolica anche con altre confessioni: nel 1986 con le Assemblee di Dio, nel 1993 con gli Avventisti, nel 1995 con l'Unione delle Chiese metodiste e valdesi e con i Luterani, nel 1996 con le Comunità ebraiche. Ad oggi sono quindi sei le confessioni religiose che possono ricevere l'otto per mille. I Battisti hanno firmato un'intesa con lo Stato nel 1993, ma rifiutano di ricevere l'otto per mille.

Situazione attuale

Il gettito totale dell’otto per mille, ripartito tra le varie realtà convenzionate, risulta pari negli ultimi anni a circa 1.000 milioni di euro. La percentuale di persone che ogni anno sceglie di destinare la quota dell’otto per mille del proprio gettito IRPEF alla Chiesa Cattolica si aggira intorno al 35-40% del totale dei contribuenti: la Chiesa risulta così la confessione religiosa di gran lunga maggioritaria nelle preferenze sia rispetto alle altre confessioni, la cui quota si attesta per ognuna al di sotto dell’1%, sia rispetto allo Stato stesso, che viene scelto esplicitamente solo da circa il 5% della popolazione. Va detto inoltre che tutti i governi italiani, finora, hanno sempre deciso di computare le preferenze di chi non esprime una scelta (comportamento, questo, adottato dalla maggioranza della popolazione) non allo Stato stesso, ma in maniera proporzionale rispetto alle scelte esplicitamente espresse. Ciò comporta ad esempio che alla Chiesa Cattolica vengano computate circa l’85% delle preferenze ai fini della ripartizione del gettito. Questo aspetto controverso è stato portato negli ultimi tempi all’attenzione dell’opinione pubblica con sempre maggiore frequenza da chi critica il meccanismo di sostentamento della Chiesa basato su tale ripartizione.
Venendo all’utilizzo delle somme devolute, la legge prevede che ogni soggetto destinatario dichiari esplicitamente come viene utilizzata la propria quota. La Chiesa Cattolica negli ultimi anni ha dichiarato di utilizzare le somme devolute dall’otto per mille nel seguente modo: il 35% per il sostentamento dei sacerdoti, il 20% per interventi caritativi in Italia e nel Terzo Mondo, il 15% alle diocesi, il 12% per la nuova edilizia di culto, l’8% per la tutela dei beni culturali ecclesiastici, il restante 10% per altre iniziative nazionali (fondo per la catechesi, tribunali ecclesiastici, ecc.) tra cui il 2,33% per finanziare iniziative pubblicitarie a fini promozionali per la scelta dell’otto per mille stesso. 

L'home page del sito dell'Otto per mille alla Chiesa Cattolica

Lo Stato Italiano dovrebbe destinare la sua quota dell’otto per mille solo a scopi sociali o assistenziali, tuttavia non sempre questo avviene. Ad esempio nel 2004 lo Stato ha ricevuto circa 100 milioni di euro ma, diversamente dalle attese, solo 20 sono stati destinati a fini sociali o assistenziali: il Governo infatti quell’anno decise di sottrarre 80 milioni di euro dalla quota destinata allo Stato dell’otto per mille, trasferendoli nel bilancio generale, e usandone poi una parte per finanziare la missione militare italiana in Iraq, destando reazioni critiche da parte dell’opinione pubblica. Un altro esempio di uso improprio del fondo è avvenuto nel 2008 quando circa 60 milioni di euro sono stati usati per finanziare l’abolizione di una tassa patrimoniale sulla prima casa di proprietà, a vantaggio della generalità dei contribuenti che fossero proprietari di almeno una abitazione, e non per gli scopi propri previsti dalla legge.
Un altro dato interessante, e forse legato proprio agli utilizzi che sono stati fatti del gettito, è l’evoluzione delle scelte nel tempo. Le preferenze esplicitamente espresse sono attualmente in diminuzione di anno in anno, essendo passate dal 55% del 1990 al 43% del 2007.  Le preferenze a favore dello Stato sono anch'esse in diminuzione anno dopo anno, a fronte di una sostanziale stabilità delle preferenze accordate alla Chiesa Cattolica e alle altre confessioni. Questi dati possono far pensare ad un effetto della disaffezione generalizzata verso la classe politica e verso le istituzioni civili da parte del popolo italiano, che si è andata acuendo nell’ultimo ventennio anche a seguito delle note vicende giudiziarie che hanno interessato una parte consistente degli esponenti politici italiani della cosiddetta “Prima Repubblica”, e non solo.

Prospettive future

Il 4 aprile 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha firmato il concordato con l'Unione Buddista Italiana (UBI), l'Unione Induista Italiana, la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova, la Chiesa dei Santi degli ultimi giorni (costituita da Mormoni), la Chiesa Apostolica in Italia, l'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia. Nella stessa data ha anche firmato la modifica delle intese con la Tavola Valdese e con l'Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo Giorno. Tutte queste intese non sono state ancora ratificate dal Parlamento italiano. Pur restando per ora escluse le diverse organizzazioni dell'Islam in Italia, è dunque ipotizzabile nei prossimi anni una diminuzione della quota di “astenuti” a favore delle nuove confessioni concordatarie, e di conseguenza, per effetto della ripartizione proporzionale delle preferenze inespresse descritta in precedenza, una diminuzione della quota destinata alla Chiesa Cattolica.
Un altro effetto che potrebbe intervenire a variare il gettito annuo di cui usufruisce la Chiesa Cattolica è l’applicazione dell'articolo 49 della legge istitutiva dell'otto per mille, che prevede che ogni tre anni si valuti  l'andamento del gettito, per evitare eccessi in un senso o nell'altro. Questo articolo prevede che si possa modificare l'aliquota applicata nel caso in cui il gettito risulti inappropriato. Va detto che negli ultimi anni i fondi devoluti alla Chiesa (e alle altre confessioni, in proporzione) sono quintuplicati: dai 210 milioni di euro del 1990 ai 1.000 delle ultime annate, crescendo dunque molto di più dell’inflazione reale. A fronte di una perdurante situazione di crisi economia, il Governo potrebbe voler impugnare l’articolo 49 per rivedere al ribasso la quota da destinare alle confessioni religiose, così come potrebbe ipotizzare l’attribuzione allo Stato anche delle quote corrispondenti alle preferenze inespresse, anziché continuare a ripartirle con il meccanismo attuale su base proporzionale, sistema che di fatto premia ulteriormente la Chiesa Cattolica.

Un’ultima considerazione riguarda il giudizio generale che il popolo italiano ha del meccanismo di contribuzione alla Chiesa Cattolica (e alle altre confessioni concordatarie) basato sull’otto per mille dell’IRPEF. E’ impossibile generalizzare, tuttavia si ha l’impressione che, pur crescendo il numero delle persone che si allontanano dalla vita di fede e dalla pratica della religione, in Italia il sentimento comune sia di un’ampia fiducia nel modo in cui la Chiesa utilizza i fondi che le vengono affidati. Al contrario si osserva una crescente sfiducia nel modo in cui vengono destinati i fondi devoluti allo Stato, che negli ultimi anni li ha usati in modo improprio destando reazioni contrastate. In linea generale dunque la devoluzione dell’otto per mille è comunemente accettata dal popolo italiano e rappresenta una buona mediazione tra la possibilità di garantire una effettiva uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato, al di là della religione professata, e la volontà derivante da motivazioni per lo più storiche di contribuire da parte dello Stato al sostentamento del clero.

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Fonti: Sito web Wikipedia – Otto per mille, Sito web Wikipedia – Assegno di congrua, Sito web della Conferenza Episcopale Italiana, Sito web “Chiedi a loro”, Sito web “Italia laica”, Sito web della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sito web della Presidenza della Repubblica.

venerdì 4 novembre 2011

Quando muore un ragazzo...

Quando muore un ragazzo giovane, pieno di vita, bello, alto e forte, che fino al giorno prima sembrava scoppiare di salute, e che viene a mancare così, da un momento all'altro, sembra per una emorragia interna, cosa bisogna pensare... cosa bisogna dire... cosa bisogna fare?

Appena si viene a conoscenza della notizia, si avverte una fitta allo stomaco. Inizialmente, non si vuole credere a quanto si è appreso. Ci si sforza di pensare "No, non è vero". Poi, ecco che la realtà prende il sopravvento e si avverte quel senso di mancanza, di vuoto, di assenza, che la morte, e specialmente la morte di un giovane, porta con sè. 
Arriva il dolore, quello serio e profondo. Per la persona che non c'è più, per i familiari, per gli amici più stretti, per tutti noi che non potremo più avere il piacere di stare con quel ragazzo, le cui qualità ora ci sembrano così vivide e i cui difetti sbiadiscono di fronte al rammarico di una ingiusta e insensensata privazione.

E poi al dolore si affianca anche un senso di colpa, specie in chi ha qualche anno in più di quel giovane, e si trova a guardare indietro e a pensare "Potrei essere morto io così al posto suo, e invece sono ancora qui, nonostante abbia più anni di lui". E questa sensazione, insieme ad un senso di smarrimento e di angoscia, ci da anche però uno slancio, ravviva in noi un senso del dovere, che ci porta a capire che non dobbiamo sprecare nessuno dei minuti che la vita ci dona, che dobbiamo fare di ogni giorno un fiore, da portare sulla tomba di chi non ha avuto la fortuna di viverlo, che dobbiamo impegnarci in ogni istante per compiere gesti degni di essere vissuti, sapendo di essere privilegiati in quanto l'amico non potrà più compierli in prima persona.

Grazie, Francesco, per averci insegnato con la tua vita e con la tua morte prematura, che la nostra vita deve essere anche e soprattuto questo.




lunedì 31 ottobre 2011

Se questo è il futuro, ridatemi il passato!

Da ex dipendente Microsoft, sono sempre molto attento alla visione che questa grande e importante azienda ha del futuro e alle evoluzioni che propone della tecnologia e del nostro modo di vivere. Non solo perchè spesso le aziende del mondo IT del calibro di Microsoft, come Apple, IBM, Oracle, ..., ci forniscono soluzioni che possono davvero modificare la nostra vita quotidiana (vedi l'introduzione dell'IPhone che ha rivoluzionato per sempre il mondo dei device mobile), ma anche perchè mi sembra interessante capire come gli esperti di marketing, che in queste aziende la fanno da padroni, immaginano il futuro, e cosa ci "augurano" per gli anni a venire. 

Quando dunque ho letto l'ultimo post sul blog ufficiale italiano di Microsoft, sono stato subito curioso di andare a guardare il video di cui si parla, che rappresenta il futuro della produttività secondo la grande azienda di Redmond. Il video è il seguente, e vi consiglio di guardarlo fino in fondo perchè secondo me ne vale la pena per i motivi che vi dirò:


Personalmente, questo video rappresenta per me una conferma. Ho sempre pensato infatti che l'evoluzione della tecnologia, mentre ci consentirà di comunicare con sempre maggiore facilità con chi è distante, ci alienerà sempre più da chi è fisicamente vicino, impedendoci di fatto quello scambio fatto di cortesia e di comunicazione semplice e umana con chi è prossimo, anche se non lo si conosce. 

Nel video, potete notare come l'uso di device ultratecnologici, ma che davvero sono ormai alla portata dell'evoluzione dell'hardware e del software disponibili sul mercato, consente di comunicare facilmente con i propri parenti distanti migliaia di kilometri, di tenere riunioni con colleghi sparsi su tutto il globo, di offrire donazioni e fare beneficenza con un click a iniziative remote, ma, se ci fate caso, non è prevista nessuna interazione con chi ci è vicino, con chi aspetta la metro insieme a noi, con il tassista che guida la vettura che ci porterà in albergo., con la receptionist dell'hotel stesso. Si prenota sul tablet, si capisce quando e dove arriverà il taxi con il tablet, si ha conferma del numero della stanza con il tablet, evitando di dover perdere tempo a parlare con la reception, il tablet funge da chiave elettronica della stanza, tutti questi servizi si pagano ovviamente con il tablet stesso eliminando l'unica forma di interazione finora sopravvissuta, quella del denaro. Alla fine l'unico elemento superstite di contatto umano è rappresentato dal fattorino (rigorosamente di colore) che ci porta la valigia in camera, in attesa di una nuova evoluzione della società che eliminerà il vestiario per conformarlo a comode tutine usa e getta alla star trek, che saranno reperibili in ogni luogo senza necessità di doversele portare dietro in scomode valigie. 

E' davvero questo il futuro che vogliamo? Io voglio un futuro dove chi mi sta vicino, in metro, in taxi, per strada, al lavoro, si fermi a parlarmi anche del più e del meno e dove le idee possano circolare di persona in persona, di bocca in bocca, anche per le vie tradizionali e non solo tramite i device di ultima generazione. Io voglio un futuro dove il pizzettaio sotto casa mi conosca e sappia i miei gusti quando entro a prendere un ritaglio di pizza, e non lo debba per forza comprare via internet per farmelo recapitare dopo pochi minuti a casa (magari senza avere contatti con il fattorino, come succede negli Stati Uniti, dove chi porta i pacchi suona e se ne va senza aspettare che apri, tanto si paga su Internet). Io, al contrario, voglio poter passeggiare in un parco e sorridere a una madre che porta il suo bambino nel passeggino, a una anziana coppia che prende il sole su una panchina, a un ragazzino che fa i suoi primi esperimenti con la bicicletta. Questo è il futuro che voglio, e non quello che viene rappresentato dal video, dove la mia unica forma di contatto con il mondo esterno è un pezzo di silicio e le relazioni sono chiuse, striminzite, ridotte a solo quelle con i proprio parenti più stretti o ai colleghi di lavoro. 

Voglio un mondo aperto e vero, reale, e non virtuale, con buona pace di Microsoft, Apple & Co.

Se questo è il futuro, ridatemi il passato!  E voi, che ne pensate?

giovedì 20 ottobre 2011

Storia di una mattina qualsiasi

Mi sveglio con il rumore della pioggia e so già che sarà una giornata da raccontare.

Quando scendo di casa, prima del solito per evitare l’inevitabile, armato di un ombrellino che stenta a ripararmi dagli scrosci alluvionali, noto subito la lunga fila rossa di lucine degli stop delle automobili bloccate fino al vicino incrocio, che mi accompagna verso il tabaccaio, dove è mia intenzione comprare un biglietto dell’autobus. Illuso… il tabaccaio è chiuso.

Ma non mi do per vinto: scendo alla piazzetta, più distante ma dove c’è un bar tabacchi grande molto fornito, che di sicuro avrà il “titolo di viaggio” dei mezzi pubblici da vendermi. Ci arrivo dopo alcuni minuti di passeggiata nelle rapide che si sono formate lungo strade e marciapiedi. Ancora una volta illuso: la signora del bar scuote e le spalle e con faccia rassegnata e materna mi dice: “Li ho finiti, provi al tabaccaio”… Quello che non dice lo si capisce dal suo sguardo: “Bello cocco di mamma, ti pare che mi metto a comprare i biglietti dell’autobus con il pochissimo margine di guadagno che ci faccio?! Saranno anni che non ne compro più uno…”.

Ma ancora una volta non mi do per vinto: sicuramente dentro l’autobus ci sarà una di quelle macchinette che emettono i biglietti direttamente, ficcandoci dentro un euro. Mi piazzo così sotto una accogliente tettoia alla fermata più vicina. Sono le 7:35. Aspetto l’autobus. Aspetto. Aspetto. Aspetto ancora. Aspetto. Aspetto. Sono le 7.50 e il traffico inizia a farsi più intenso. Ma io aspetto. Aspetto. Aspetto. Continua a piovere. E io aspetto. Ho un’importante riunione al lavoro. Aspetto. Mi svuoto il cappuccio del giaccone che nel frattempo è diventato una piscinetta portatile. Alla fine, ore 8.25, arriva l’autobus. Stranamente è anche semivuoto, forse la gente oggi non è proprio scesa dal letto. Salgo, mi lamento un po’ con l’autista per i 50 minuti di attesa, ma lui nemmeno mi risponde. Mi avvicino alla macchinetta emettitrice di biglietti. Mi aspetto che non funzioni o che mi mangi l’euro. E invece no! Funziona! Esce un biglietto, lo timbro, sono un uomo felice. Mi renderò conto solo successivamente che, in definitiva, quella macchinetta è l’unica cosa che funzionava a Roma in quel momento. E ora so che, se anche tutto dovesse andare in malora, potremo sempre ricostruire una società più giusta e efficiente ripartendo dalle macchinette emettitrici di biglietti.

L’autobus procede lentamente sul viale semivuoto, fino ad arrivare all’ingorgo dell’incrocio precedente al capolinea della linea del tram 8, il più moderno e tecnologico della capitale. Mi dico: se anche ci fosse traffico paralizzato, potrò sempre prendere il tram, che corre lungo una corsia dedicata, e arrivare in centro. E invece no! appena “scavalliamo” l’incrocio, alla fermata più vicina al capolinea del tram vedo una marea di gente in attesa dell’autobus. In genere succede il contrario: la maggior parte delle persone scende dall’autobus per prendere il tram, non viceversa. Ma oggi è un giorno particolare: non appena si aprono le porte, la marea zuppa e imprecante si riversa all’interno. Un uomo parla da solo e dice: “C’hanno er coraggio de di’ che è corpa delle foje… mannatevelappianderculo”. Grazie alle mie capacità linguistiche di romanesco, e al fatto che vedo una lunga fila di tram parcheggiati nel piazzale, deduco che tutta la linea 8 è ferma a causa di un simpatico fenomeno: le foglie bagnate cadute nei giorni scorsi, impediscono al tram di frenare, e dunque finché non si asciuga niente tram. Immagino come commenterebbero i politici un simile fenomeno: “Tutto potevamo prevedere, piani antisismici, antiterrorismo, anti guerra termonucleare… ma non certo che d’autunno cadano le foglie, questo no! Di fronte a certe calamità impreviste non si può fare nulla, ci spiace…”

L’autobus continua la sua “corsa”, che ben presto però si trasforma in un passo svelto, quindi in una andatura lenta, quindi in una stasi totale. La gianicolense è un tappeto di lucine rosse. Nell’autobus qualcuno si mette a dare lezioni di religione civile: “Io sti blec bloc nun li capisco, ho capito che voi spacca’ un vetro de ‘na banca perchè sei ‘ncazzato, ma la madonnina… mo’ tu poi credece o nun credece… ma la madonnina che cazzo t’ha fatto…”. Se ci fosse stato lì vicino Marcello Pera, ne avrebbe fatto seduta stante un nuovo libro, dopo il successone di “Perchè dobbiamo dirci cristiani” (mi sembra che ne abbia venduto almeno un paio di copie, di cui una comprata dal partito)…

Nel frattempo stiamo fermi sull’autobus. Fermi. Fermi. Fermi. Vado su internet dal telefono, e mi rendo conto che pure la metro è paralizzata. E noi sempre fermi. Fermi. Fermi proprio eh! Il semaforo a un centinaio di metri diventa verde, giallo, rosso, poi di nuovo. E noi sempre fermi.

Prendo una decisione solenne. Dopo un’ora e mezza per fare meno di un kilometro, scendo dall’autobus e mi metto in ferie - e lo sapete che l’autista non voleva aprirmi perchè “qui non c’è la fermata”… Ma poi deve averlo convinto il mio sguardo carico di ferma rassegnazione.

Morale della mattinata: se decidete di fare la rivoluzione, sappiate che possiamo contare almeno sulle macchinette emettitrici di biglietti dell’autobus. Tutto il resto è da rifare da zero.

sabato 3 settembre 2011

Piccoli uragani crescono

Alcune foto degli effetti dell’uragano Irene nel New Jersey a distanza di quasi una settimana:

  • Strade ancora chiuse un po’ ovunque, ma senza grossi disagi alla circolazione stradale. Il motivo principale delle chiusure è l’allagamento dei ponti sui numerosi fiumi e la caduta dei pali dell’elettrica, con la conseguente presenza dei fili elettrici a terra.

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  • Blackout controllati e programmati, soprattuto nei negozi. In alcune zone la corrente l’altro ieri non era stata ancora ripristinata. Nella seconda foto, il gruppone degli impiegati dell’apple store più vicino a casa, che gioiscono per il fatto che il manager li ha mandati tutti a casa a causa del blackout.

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  • Ovunque, i danni alla natura si sono fatti sentire e si faranno sentire ancora nel prossimo periodo. In questa foto, un campo di mais completamente devastato. Ce ne sono a bizzeffe così.

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In sostanza, tutto ha ripreso a funzionare più o meno nella norma dopo pochi giorni, almeno qui nel NJ nord orientale. Operai lavorano alacremente sulle strade, nelle cabine di distribuzione, nei negozi, per riportare tutto il prima possibile alla normalità. Vengono date informazioni puntuali e precise su quando e come saranno riparati tutti i danni. Non si fa tutto subito, sarebbe uno spreco, le risorse vengono ottimizzate in modo da coprire prima le riparazioni più urgenti.

La domanda che mi sorge spontanea è quanti anni di disservizi e malfunzionamenti avremmo dovuto aspettare se Irene fosse passato in Italia…

venerdì 2 settembre 2011

The Invention of Lying

imageIn un mondo in cui nessuno può mentire, e addirittura non esiste il concetto stesso di menzogna, cosa succederebbe se, ad un certo punto, un unico individuo sviluppasse la capacità di raccontare bugie? Queste è l’idea principale intorno a cui ruota “The Invention of Lying”, film girato nel 2009 dal regista Ricky Gervais, che ne è anche l’attore protagonista.

In questa recensione, voglio provare a descrivere qualche pensiero che  la visione di questo film mi ha suscitato. Per maggiori informazioni sul film, ne esiste una brutta scheda sulla Wikipedia italiana e una migliore sulla Wikipedia inglese.

Intanto, la trama: come detto, il film è ambientato in un mondo dove tutti dicono la verità. Questo comporta principalmente due effetti: tutti si fidano ciecamente di quello che viene detto dagli altri, in quanto nessuno può mai mentire, e tutti sono abituati a sentirsi dire in faccia le cose meno educate, che noi non ci sogneremmo mai di dire a nessuno (“il tuo bambino è così brutto… assomiglia a un piccolo topo!”). In questo mondo, ad esempio, non esistono i film, che sarebbero una forma di menzogna, e sono dunque sostituiti da narrazioni di eventi storici realmente accaduti. In questo mondo un uomo, spinto da una situazione particolarmente critica in cui si viene a trovare, formula per la prima volta una bugia, per ottenere un vantaggio personale e salvarsi da problemi finanziari che lo avrebbero costretto sul lastrico. Ma ecco che, subito dopo aver usato la menzogna per cavarsi fuori da una situazione difficile, quest’uomo inizia a usare la sua “abilità” per far stare meglio gli altri, per tirare su il morale alla gente con qualche bugia a fin di bene, fino ad arrivare al punto di mentire alla madre sul letto di morte, facendola ricredere dalla sua convinzione che dopo il trapasso ci sia solo eterno nulla, e convincendola invece che esiste un aldilà di felicità e gioia infinita. Se in questo modo il protagonista garantisce alla mamma una morte serena, d’altra parte scatena una serie di eventi a catena, nati dalla curiosità dei presenti e dal loro bisogno di conoscere maggiori dettagli sulla vita nell’aldilà. Ne nasce una vera e propria “religione”, la prima di questo mondo, con conseguenze a tratti ridicoli, a tratti disastrosi.

Il pubblico agnostico ed ateo vede in questo film un riuscito tentativo di descrivere la religione (qualsiasi religione) come una enorme bufala detta il più delle volte a fin di bene, ma pur sempre rimanendo un ammasso di racconti inventati e bugie che ledono il principio di autenticità e verità e che alla lunga non hanno molto (o nulla) di buono da dare all’uomo. Nel film infatti sono presenti scene che ridicolizzano la religione, come la consegna delle tavole dei dieci comandamenti, scritti su dei cartoni della pizza, e in generale viene proposta una visione dell’uomo (o meglio di certi uomini) come una sorta di infanti pronti a credere a qualsiasi cosa gli si proponga, stigmatizzando dunque la ricerca nella religione di una soluzione a qualsiasi problema umano o almeno di una chiave di lettura per ogni vicissitudine dobbiamo affrontare.

Questa è ovviamente la lettura più naturale del film, e credo quella che anche il regista / protagonista volesse comunicare nel realizzare la pellicola. Esistono però a mio avviso anche altri spunti che il film, essendo una realizzazione ben fatta di un’idea brillante, porta a sviluppare in un credente. Intanto, a me il film è piaciuto. Sarò stato condizionato dal fatto di averlo visto insieme a uno dei massimi estimatori mondiali di Gervais, ma l’ho trovato stimolante, divertente, e emozionante. Propone una interpretazione della religione che non condivido, ma questo non è importante, almeno non quanto l’esser stato portato a riflettere e a cercare delle chiavi di lettura nuove e almeno in parte inesplorate di quello in cui credo. Anche nel film, che cerca di mostrare la falsità dell’impianto ideologico di una costruzione religiosa artificiale e strumentale, non si possono non notare alcuni “insegnamenti” sugli effetti della religione nell’uomo: se da una parte infatti viene mostrato come la religione possa essere usata come strumento per alleviare le sofferenze e le paure umane nel breve termine, d’altro canto viene anche onestamente fatto vedere che la religione vissuta in maniera passiva non da un sollievo a lungo termine: la coppia di fidanzati litigiosi, dopo un periodo di pace, ritorna ai problemi di sempre; il ragazzo depresso, dopo aver trovato nella religione nuovi stimoli, si deprime ancora di più; il protagonista, se inizialmente ha creato questa serie di bugie per dare sollievo agli altri, se ne ritrova schiacciato e ne inizia a limitare la proliferazione. L’unico personaggio che dalla religione saprà trarre un reale beneficio, è la donna che lungo tutto il film è condizionata dalle sue stesse convinzioni e troverà proprio nel superamento di una visione deterministica del mondo la chiave per compiere la sua scelta più importante. Insomma, anche da un film che cerca di criticare alla radice il costrutto stesso della religione, si può ricavare un insegnamento molto importante per i credenti: l’unico modo che il fedele ha per avvicinarsi a Dio, è quello di credere in modo critico, senza spegnere mai il lume della ragione nell’affacciarsi all’imperscrutabile.

martedì 1 marzo 2011

Incontro in Parrocchia per la "Giornata dell'ebraismo"

clip_image002Lunedì 17 gennaio 2011, in occasione della "Giornata dell'ebraismo", la Finestra per il Medio Oriente ha organizzato nella Parrocchia del Santissimo Crocifisso in Roma, un incontro con il Sig. Nathan Orvieto, appartenente alla comunità ebraica romana.

L'incontro è stato molto apprezzato da tutti i partecipanti, che hanno riempito il salone parrocchiale e che sono rimasti "rapiti" dalle parole del Sig. Orvieto. Egli ha voluto condividere con noi la sua esperienza di ebreo, che, da bambino di appena sei anni, fu salvato dalla deportazione grazie all'aiuto di un sacerdote cattolico, don Gaetano Tantalo, all'epoca parroco di Tagliacozzo in Abruzzo.

Il Sig. Orvieto ci ha raccontato, non senza una comprensibile commozione, gli eventi a cui la sua famiglia andò incontro negli ultimi anni del fascismo e della guerra che ha devastato l'Europa. Costretti a lasciare Roma a causa del clima di crescente ostilità verso gli ebrei, gli Orvieto decisero di recarsi sui monti abruzzesi. Qui, solo grazie ai precedenti rapporti di amicizia e conoscenza con don Gaetano, essi poterono scampare alla deportazione nei campi di concentramento in Germania e a una morte pressoché certa. Don Gaetano, intuendo la fine a cui sarebbero andati incontro, nascose infatti per parecchi mesi la famiglia Orvieto in alcuni locali annessi alla sua parrocchia, fornendo tutto il necessario per poter sopravvivere, ma non solo. Il Sig. Nathan ricorda infatti che la profondità di fede del sacerdote si rivelava nell'essere a tal punto premuroso con la famiglia ebrea, da fornire loro addirittura il necessario per poter adempiere i precetti e i riti della Pasqua ebraica. Insieme alla sopravvivenza fisica, don Gaetano riuscì così a stabilire con la famiglia Orvieto una vera comunione spirituale ed una sincera e profonda compartecipazione nella fede alla tragica situazione che stava vivendo il tutto popolo ebraico. Ma don Gaetano non era da solo. Si deve riconoscere infatti che il piccolo Nathan e la sua famiglia si salvarono non solo grazie all'opera diretta del parroco, ma anche grazie al clima di profonda religiosità cristiana e di rispetto umano che don Gaetano aveva saputo trasmettere a tutti i paesani, i quali, in molte occasioni – raccontateci con dovizia di particolari –, hanno coperto anche a rischio della propria vita la presenza della famiglia ebrea di fronte ai rastrellamenti e alle perquisizioni.

Dopo la Liberazione, don Gaetano rimase profondamente legato da vincoli di amicizia alla famiglia che aveva salvato, e – nei mesi seguenti – venne anche ospitato da loro a Roma in occasione della sua malattia e delle cure che dovette affrontare e che, purtroppo non lo risparmiarono da una prematura scomparsa, quarantaduenne, due anni dopo la fine della guerra. Oggi don Gaetano è annoverato tra i "Giusti tra le Nazioni" a Gerusalemme. E' anche in corso il suo processo di beatificazione.

L'incontro ci ha dato la possibilità di ascoltare questo miracolo dell'amore, raccontato da chi lo ha vissuto in prima persona e da chi deve la sua vita a questo atto, e ha rappresentato per tutti noi una toccante occasione per fare memoria degli eventi di quel tragico periodo storico e per favorire ulteriormente rapporti di amicizia tra Ebrei e Cristiani, così come continuamente auspicato dal Santo Padre.

mercoledì 23 febbraio 2011

Il car pooling. Andiamo al lavoro insieme?

Si parla tanto di ambiente e di sostenibilità delle nostre scelte di vita, di valutazione degli impatti che tali scelte hanno sull'inquinamento del nostro pianeta e sulla salute dell'uomo e dell'ecosistema in genere, e spesso, quando si parla tanto di un argomento, è perchè alle parole non seguono le azioni che sarebbero conseguenti e necessarie.

E' questo anche il caso del car pooling, un concetto tanto semplice quanto difficile da realizzare, almeno in Italia. L'idea generale è presto spiegata: spesso ci troviamo a percorrere gli stessi percosi (auto)stradali ogni giorno, più o meno allo stesso orario, per andare e tornare dal lavoro, portare e riprendere i figli da scuola o dallo sport, andare a giocare a badminton o canasta con gli amici la sera, e in tutti questi spostamenti ci lamentiamo del traffico e dello smog, e della conseguente perdita di tempo. Ma se ci guardassimo intorno, noteremmo che nelle autovetture affianco alla nostra, nella stragrande maggioranza dei casi non c'è che una persona alla guida. In ogni automezzo che potrebbe trasportare 4 o 5 persone, tutti i posti tranne quello del guidatore sono vuoti. Ecco l'idea: perchè non organizzarsi, tra cittadini che percorrono lo stesso tratto di strada ad orari simili, per andare e tornare insieme? Non serve necessariamente riempire le macchine, basterebbero due persone per dimezzare il traffico, lo smog, i costi.

Il car pooling, così si chiama per chi parla la lingua, è un concetto già diffuso negli Stati Uniti, dove su ogni autostrada ci sono corsie riservate per automezzi con almeno 2 o 3 persone all'interno (vedi immagine all'inizio del post), e nel nord Europa, dove si è molto più sensibili di noi ai temi della ecosostenibilità e della qualità della vita. In Italia, il car pooling fatica molto a prendere piede per resistenze sia (in)culturali che tecnologiche.

Dal canto mio, già da tempo, avevo pensato che il processo di scelta delle persone con cui viaggiare avesse bisogno di una adeguata struttura informatica che lo supportasse e non potesse essere limitato al passa parola. Ad esempio un sito web, in cui inserire i propri percorsi effettuati o di interesse, in modo da consentire alla tecnologia di cercare gli altri utenti "compatibili", garantendo al tempo stesso un qualche tipo di controllo sull'affidabilità degli utenti stessi (chi vorrebbe viaggiare con uno sconosciuto senza avere nessuna garanzia o informazione preventiva sul suo conto?).

Nel tempo sono sorti alcuni siti di questo tipo, segno che l'idea era buona, ad esempio http://www.passaggio.it/ oppure http://www.postoinauto.it/ dove è possibile per singoli individui registrarsi e cercare percorsi di interesse. Inoltre, recentemente anche Austrade per l'Italia, dal sito http://www.autostradecarpooling.it/ favorisce, con sconti al casello per chi aderisce, una modalità di car pooling  specializzata per i percorsi solo autostradali.
Mancava finora una proposta per le aziende, che sensibilizzasse i mobility manager, figure professionali ormai sempre più diffuse nelle imprese private e negli enti pubblici, a incentivare i dipendenti verso tale scelta. Sabato scorso, in una conferenza, ho conosciuto per caso Enrico Charini, un giovane manager che ha realizzato proprio una società per elaborare una proposta di car pooling volta sia al singolo guidatore che alle aziende, e tale incontro è stato proprio lo spunto per riprendere mentalmente questo flusso di pensieri e scrivere questo post. La società si chiama http://www.drivebook.com/ e secondo me sentiremo presto parlare molto di loro.

Un'altra idea che mi frulla per la testa da un po' è la possibilità, ora che si sono diffusi gli smartphone e i device mobili di nuova generazione (iphone in primis), di ottenere dal nostro telefono il tracciamento automatico del percorso che facciamo ogni giorno, arrivando così ad avere in pochi giorni un suggerimento di contatto con altri utenti che percorrono lo stesso tratto di strada negli stessi orari, informazione che sarebbe anch'essa desunta automaticamente dal loro punto di vista, mediante l'uso della stessa applicazione.

Tuttavia, nonostante l'iniziale fermento intorno all'idea, nel parlare con un amico e collega (Marco Benedetti, che ringrazio), ho ricevuto queste sue riflessioni che ho trovato stimolanti e che dunque ritengo utile riportare:
Ad esempio, è da almeno 15 anni che il tratto urbano dell'A24 è fermo tutti i giorni dalle 06.00 di mattina alla 10.30, con un tempo di percorrenza di una o due ore (anche 3 quando va male) per un tratto di pochi chilometri che si percorre in 6/7 minuti se sgombro.
Ed è intasata di veicoli a singolo conducente.
Se anche solo si arrivasse con il pooling ad una media di 2 persone indipendenti per veicolo, il traffico sparirebbe.
Organizzare un car-pooling attorno all'A24 non è difficile, perché i punti di accesso sono solo 3 o 4 (Tivoli, Castel Madama, Lunghezza, Immissione A1, Raccordo) e le persone potrebbero lasciare le macchine in dei punti di raccolta lì intorno e "poolarsi" per venire a Roma, dove raggiunta una metro potrebbero "spoolarsi" facilmente.
Uno dei problemi paradossali del pooling è la sua efficienza.
Andare in car pooling significa meno benzina consumata, meno incidenti, meno macchine da ri-comprare e manutenere, meno servizi al contorno (benzinai, gommisti, carrattrezzi, elettrauti, carrozzieri, ecc.). 
Insomma, più pooling significa meno lavoro per l'enorme indotto dell'auto, meno economia che gira.
Proprio in virtù di questa efficienza, non è difficile trovare enormi interessi a fare lobby contro questo progetto.
Il car pooling senza un modello alternativo complessivo di sviluppo e mobilità sostenibile è un corpo estraneo, e come tale viene rigettato.
Probabilmente ha ragione Marco: incrementare e promuovere il car pooling va contro gli interessi dell'industria, ed è per questo che se ne parla tanto, ma alle parole non seguono i fatti.

Ma noi, noi singoli cittadini, che passiamo ore nel traffico e nello smog, siamo condannati da un avverso destino a dover fare sempre, nostro malgrado, gli interessi dell'industria?

O potremmo iniziare a organizzarci per conto nostro, grazie alla tecnologia e all'iniziativa di singoli illuminati, magari facendo anche pressione positiva sui nostri datori di lavoro?! 

E voi, che ne pensate?

giovedì 3 febbraio 2011

L'informatica dei pressapochisti

Dopo aver vissuto cinque anni di università nel campo dell'ingegneria e dell'informatica, dopo aver superato i  dieci anni di lavoro nello stesso settore, e dopo aver trascorso ancora molto più tempo da semplice appassionato di computer, devo confessarvelo: sono stufo.
 
Sono stufo del pressapochismo, della assoluta mancanza di professionalità, della approssimazione totale con cui sedicenti esperti si accostano normalmente al settore in cui ho deciso di specializzarmi.
 
Non parlo ovviamente dei semplici utenti di PC che per loro piacere o per lavoro cercano di districarsi nel labirintico mondo del Computer, ma di quelli che hanno fatto di questo la loro professione principale eppure continuano ad avere un atteggiamento da bambini alle prime armi, mascherando la loro incapacità con malcelata supponenza.
 
Qualche esempio pratico:
Sono stufo di chi disegna le architetture "sulla carta del pane"
Sono stufo di chi propone stime "spannometriche"
Sono stufo di chi risponde sempre con considerazioni "vuoto per pieno"
Sono stufo di chi "pialla" i PC che hanno dei problemi
Sono stufo di chi ripara gli hardware che "hanno sfiammato"
Sono stufo di chi per verificare quale sia l'opzione corretta ti dice: "cliccale un po' tutte"
Sono stufo di chi guarda i log e dice "non mi è molto chiaro"
Sono stufo di chi di fronte a un malfunzionamento dice "è stranissimo!" con aria sinceramente stupita
Sono stufo di chi parla dei software come fossero persone, tipo "lui in genere fa così"
Sono stufo di chi parla con i software: "dai, dammi soddisfazione bello"
Sono stufo di chi chiama i server "bestioline" o "cuccioli" o "belve" o altro che abbia a che fare con qualsiasi tipo di fauna
Sono stufo di chi fa sempre il paragone con l'automobile: "è come se a una ferrari gli metti il motore della 500"
Sono stufo di chi inserisce nella frase parole inglesi inutili quando non sa cosa dire in italiano "la delivery del progetto sarà on time anche se dobbiamo fare doublecheck su un paio di issue"
Sono stufo di chi parla sempre di sigle anzichè di concetti: "Exchange ora ha il DAG per l'HA e il DAC per il DR"
Ma soprattutto sono stufo di chi inizia ogni discorso dicendo "premesso che non sono un esperto": se non sei esperto stattene a casa!

E voi che ne pensate?

mercoledì 26 gennaio 2011

Come creare un menu a tendina dinamico in Excel



Riprendo il post precedente per spiegare oggi come si fa a creare un menu a tendina che carica dinamicamente i valori da inserire nella lista e non staticamente come vi ho già mostrato.

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Prendiamo il seguente esempio, in cui vogliamo inserire la regione e la provincia di residenza, e vogliamo che una volta scelta la regione, la lista delle province tra cui scegliere si aggiorni di conseguenza:
Partiamo dalla situazione mostrata in figura in cui abbiamo creato la prima tendina come spiegato nel post precedente. Andiamo quindi a inserire la lista delle province in un’altra zona del foglio (per brevità ho inserito solo quelle di Lazio e Lombardia)
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Dobbiamo ora definire dei nomi per le singole liste di province che corrispondano ai nomi inseriti nella prima tendina (le regioni). Andiamo a selezionare le celle corrispondenti alle province laziali, e dal menu INSERISCI –> NOME –> DEFINISCI (per Excel 2003 ad esempio, ma è analogo in 2007 e 2010) andiamo a definire il gruppo di celle “Lazio” come mostrato in figura, quindi facciamo lo stesso per “Lombardia”
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Una volta definiti i nomi dei gruppi di celle, ci spostiamo sulla cella dove dovrà comparire il menu a tendina dinamico, e lo impostiamo secondo le proprietà della convalida dei dati in modo da usare la formula “INDIRETTO” (Indirect in inglese). Dobbiamo puntare il riferimento della formula alla prima cella come mostrato in figura:
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Ed ecco fatto!
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Bello no?

Come iniziò la fine dell’era cristiana

Quella che vi voglio raccontare è una storia di ordinaria follia ecclesiale andata in scena dal settembre al dicembre scorso nelle marmoree stanze di alcune delle principali basiliche cristiane romane, che dovrebbe farvi capire lo stato della vita ecclesiale nella nostra amata Roma, moderno baluardo del cattolicesimo e sancta sanctorum dei valori morali e religiosi del nostro tempo.

church_ruinsIpotizziamo che un giovane adulto sui 35, un professionista con un buon lavoro, già impegnato nel mondo dell’associazionismo cattolico e laico, e in particolare nel campo del dialogo interreligioso e interculturale, che chiameremo per semplicità l’Illuso, decida di promuovere una nuova serie di incontri di formazione e riflessione spirituale in una delle associazioni di cui fa parte. Lo scopo: creare un gruppo di persone nuovo rispetto agli abituali frequentatori dell’associazione, con cui intraprendere un percorso, a cadenza mensile, per promuovere il rispetto e il dialogo tra i diversi credi e informare sui problemi storici del Medio Oriente in questo campo, che proprio il fondatore dell’associazione ha sperimentato sulla propria pelle. Subito nascono le prime resistenze da parte della Direzione dell’associazione, in quanto viene sollevata eccezione che questo percorso non sia appropriato rispetto a quanto fa l’associazione da anni: si scrivono quindi mail e papielli, telefonate fiume per raddrizzare la rotta, e dopo un mesetto di discussione in cui si è cercato di trovare dei compromessi ragionevoli, il tutto rischia di nuovo di venire abortito perché “non prioritario per il percorso che l’associazione vuole proporre”, tuttavia alla fine l’Illuso riesce a convincere la Direzione quanto meno a tentare di organizzare gli incontri valutando man mano come vanno le cose, e ne riceve dunque mandato.

Iniziano i lavori: si scrivono le prime tracce degli incontri, si confeziona un volantino, si sceglie un nome per l’iniziativa. Tutto sembra procedere bene, rimane però da organizzare i dettagli logistici. Il luogo deputato a ospitare una prima serie di questi incontri mensili, viene individuato in una delle basiliche del centro di Roma, quartiere ideale per raccogliere da tutta la città un bacino ampio di persone, e che ben si presta a iniziative di questo genere, anche per la sua prossimità ai numerosi collegi e università pontificie. L’Illuso immagina un percorso ormai in discesa, superate le difficoltà interne, visto che sembra molto facile trovare una chiesa che ospiti degli incontri di tal fatta nel cuore della cristianità, dove nel raggio di duecento metri ci sono più di venti basiliche… Si tessono così i primi contatti: viene interessato un prete romano già amico dell’associazione, che vive proprio in una chiesa del centro, ma che subito mostra le prime difficoltà. Pur manifestando vivo interesse per l’iniziativa, non ha infatti la possibilità di organizzare nulla nella chiesa dove vive in quanto la struttura è affidata a delle suore che tutto il giorno (e la notte) hanno da fare preghiere e giaculatorie nella chiesa stessa.

L’illuso non si scoraggia, forte della sua amicizia da molti anni con i gesuiti, prova a coinvolgere un padre gesuita già sua guida spirituale, ora in un’altra città, a fornire idee su quale potrebbe essere il luogo migliore per gli incontri  e la persona da contattare: ne escono alcuni nomi di altri padri gesuiti che ora sono responsabili di comunità proprio nel centro di Roma. E’ fatta: basterà contattare questi padri, forti di tanta referenza, e non si avranno problemi!

Si parte così da una delle più belle basiliche del centro di Roma, progettata dal Bernini, il cui responsabile è un padre gesuita che è anche direttore di uno dei principali centri per l’accoglienza dei rifugiati nella Capitale. Ovviamente non si riesce a parlare direttamente con lui, perché è spesso all’estero, molto impegnato, ma l’Illuso è comunque fiducioso, perché ha avuto l’opportunità di parlare e a lungo, con dovizia di particolari sui dettagli dell’iniziativa, con un gesuita più giovane, compagno di comunità del responsabile più anziano, che si è mostrato entusiasta della cosa! Passano le settimane, proseguono le telefonate, i contatti, le cene con il gesuita giovane, volenteroso e promettente, che rincuora nonostante le difficoltà, perché “sai in comunità ci sono padri più tradizionalisti, più conservatori, ma ne parleremo di nuovo la settimana prossima”, “sai il padre ora è fuori ma ne vuole parlare insieme un pomeriggio, vorrebbe incontrarvi”. E allora l’Illuso fissa un incontro, chiede un permesso al lavoro, sta per attraversare la città il giorno prefissato, chiama il centro dove dovrebbe avvenire il fatidico appuntamento per la conferma, ma “no oggi non l’abbiamo visto il padre, non le conviene venire con il rischio di non trovarlo, sarà stato trattenuto altrove”. La settimana seguente, la risposta definitiva, mortificata, da parte del gesuita più giovane: “sai i padri hanno pensato che in una basilica dove da anni non si fanno attività pastorali non sia il caso di iniziare ora”. Lascio ogni commento a voi che leggete.

Ma ancora l’illuso non si arrende, infatti lo stesso gesuita si propone di cercare un altro luogo più accogliente, e così avviene. Pochi giorni dopo, in una fredda sera, ci si ritrova in un’altra splendida basilica romana, avvolti dai marmi barocchi e dall’atmosfera di misticismo e spiritualità, per incontrare un altro gesuita responsabile della chiesa, che, assicura il cicerone dell’Illuso, “ha già dato conferma via mail di essere interessato alla cosa”. Ma la realtà è diversa. Il padre, nemmeno anziano, all’avvicinarsi del piccolo drappello al termine della messa, non ricorda di aver mai ricevuto mail sull’argomento, tuttavia, sebbene l’incontro non inizi sotto i migliori auspicii, si mostra accogliente, apre la porta della sacrestia e si mette ad ascoltare quello che, per l’ennesima volta nelle ultime settimane, l’Illuso pazientemente spiega. Vengono descritte le finalità, mostrate le tracce, le carte, tutto sembra procedere per il meglio, ma ad un certo punto il “padrone di casa” gela tutti con un secco “Io penso che se avete problemi a fare quello che fate nelle parrocchie dove già siete, prima dovete risolvere i vostri problemi e poi cercare altrove”. Frainteso completamente il senso di tutto quanto era stato detto, ovvero che questi incontri erano una iniziativa nuova dell’associazione, che continuava a fare tutto quello che faceva e dove lo faceva, e quindi incomprensibile il “cambiare parrocchia per problemi”, problemi inesistenti e di cui l’Illuso rimane allibito, di come anche solo l’interlocutore possa averne pensato l’esistenza. Viene ribadito il tutto, ma di fronte ad un “la nostra chiesa comunque ospita già dei concerti la sera, più di uno al mese, non possiamo fare troppe cose” non rimane che andarsene.

Abbandonata così con rammarico e dispiacere la pista dei gesuiti, rimane un ultimo tentativo, in una grande e centralissima chiesa, dove l’Illuso si rivolge speranzoso inviato da un sacerdote amico dell’associazione. Purtroppo, anche questo tentativo ha vita breve a causa della effettiva mancanza di serate libere all’interno della “settimana tipo” della vita parrocchiale, infatti la chiesa in questione è bersagliata da richieste di ogni tipo essendo il parroco uno dei pochi preti disponibili del centro storico di Roma.

L’Illuso rinuncia così ad organizzare il percorso di incontri mensili. Se ne dispiacciono tutti, formalmente, tuttavia, pervaso da maliziosi retro pensieri, egli non può fare a meno di pensare che forse il dispiacere della Direzione dell’associazione cela in realtà un sentimento di sollievo per il non doversi preoccupare di una nuova serie di impegni da supervisionare e controllare, che forse il rammarico dei preti avvicinati in questi mesi nasconde in realtà un sorriso sardonico per l’aver fatto desistere un altro scocciatore che bussa alle porte della propria chiesa, che forse l’alzata di spalle di alcuni interlocutori contattati nel corso di questa avventura manifesta in realtà un disinteresse ben più profondo verso i temi del dialogo interreligioso e dell’apertura fraterna all’altro.

E l’Illuso non può fare a meno di pensare che chi realmente invece si dispiace di questo esito, è il Signore Gesù, che ancora un volta, come già al momento della sua incarnazione, non ha trovato una casa che potesse ospitarlo. E insieme a lui, forse se ne dispiacciono quelle persone che sono in cerca di un percorso spirituale vivo e vero, di una famiglia cristiana a cui agganciarsi e di cui far parte, e faticano a trovarla proprio nel cuore della nostra cristianissima Roma, condannata dall’incompetenza e dalla totale e assoluta mancanza di professionalità di preti incapaci e opportunisti, all’oblio di ciò che ha di più sacro e di più prezioso.

sabato 6 novembre 2010

Questi sono gli Stati Uniti d’America

Questi sono gli Stati Uniti d'America: a Las Vegas il lusso sfrenato e la miseria più totale convivono a distanza di pochi metri l'uno dall'altra. Ebbi la stessa sensazione qualche anno fa vedendo, a ridosso di un centro commerciale scintillante, decine di barboni che si accalcavano intorno ai rifiuti di un Mc Donalds. Anche la nostra Italia purtroppo sta diventando così.

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sabato 16 ottobre 2010

L’imbarbarimento culturale…

Servizi televisi come questo segnano l'imbarbarimento culturale in cui siamo immersi ogni giorno. Cambiamo questo Paese prima che lui cambi definitivamente noi e ci renda idioti telespettatori sempre più inetti e ignoranti anzichè cittadini.

lunedì 23 agosto 2010

Il treno degli arabi

E' un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, quello offerto dal treno regionale che da Reggio Calabria arriva a Catanzaro, sfilando affannosamente lungo la costa jonica grazie alla spinta del suo rumoroso motore diesel.
Risale la Calabria, costeggiando spiagge sabbiose che rimangono semideserte anche nella settimana di ferragosto. A tratti, sembra proprio di godersi la spiaggia, quando i finestrini aperti lasciano entrare il suono ritmico della risacca delle onde e il sole che inonda lo scompartimento si riflette anche sul mare cristallino facendo scomparire per fugaci istanti tutto ciò che si ha intorno.
Si superano i vari paesi, Condofuri, Bova Marina, Brancaleone, Bianco, Ardore, Locri, per poi passare a quelli che, forse per un senso di appartenenza ancora maggiore al loro territorio, hanno anche nel nome il loro mare: Roccella Jonica, Gioiosa Jonica, e altri che si oltrepassano senza fermarsi, come Sant'Andrea Apostolo dello Jonio. Per tutti, un unico layout cittadino: la stazione della ferrovia, punto baricentrale rispetto alla chiesa parrocchiale e all'asse di simmetria della strada statale che divide i residenti "sul mare" da quelli "vicino al mare".
Cittadine erose da sempre dal sole e dallo iodio, e più di recente da una emigrazione feroce che ha visto svuotarsi questi centri delle persone più giovani, che ora vi ritornano, d'estate, per apprezzare la compagnia dei parenti e i bagni nello Jonio sempre limpido e salatissimo. Cittadine erose anche da un costume urbanistico per cui si prepara oggi quello che si finirà di costruire tra decine d'anni, lasciando scheletri di edifici enormi, vuoti, a cielo aperto, pilastri nudi e tondini protesi verso l'alto, per decenni, come un sordo richiamo alle genti che sono partite, a contrastare in maniera netta con il paesaggio selvaggio e aspro, armonioso, bellissimo nei suoi colori che dal verde all'azzurro virano improvvisamente ad ogni sguardo verso il giallo e il nero dei campi arsi dal fuoco.
Il viaggio procede, ma non immaginate i treni a cui probabilmente siete abituati: si tratta di una carrozza singola, la cui locomotrice è parte integrante dell'unico piccolo convoglio. D'inverno, è probabilmente più che sufficiente. D'estate si trasforma in un autobus su rotaia in cui si affollano ordini diversi di passeggeri, che rozzamente si possono suddividere in due categorie: chi parte per tornare a casa per qualche giorno di vacanza, e chi parte invece per raggiungere una spiaggia su cui lavorare. I primi guardano nervosamente l'orologio, vestiti di pantaloncini di buona marca, con voluminosi bagagli al seguito, e ad ogni minuto di ritardo del treno fanno scattare ansiose telefonate a mamme e parenti in attesa, lanciando occhiate cariche di risentimento verso il treno che sottrae minuti preziosi all'agognato ricongiungimento. I secondi, vestiti assai più modestamente, hanno come unico bagaglio degli ampi involti coperti di buste, e parlano scherzosamente tra di loro in una lingua straniera a questi luoghi. Vengono dal Marocco, dalla Libia, dal Pakistan, dal Bangladesh, dalla Turchia e dall'Egitto, e nei loro ampi cartoni involtati in logore buste di plastica hanno le mercanzie che venderanno sulle spiagge joniche, passeggiando sotto il sole per kilometri fino a ritornare da Catanzaro, destinazione di questo viaggio, alla stazione di partenza del nostro trenino, Reggio Calabria. Per loro, il concetto stesso di ritardo ha un significato diverso, etereo, rarefatto. I primi sono singoli, ognuno diretto verso la propria meta familiare o di svago, gli altri invece sono un gruppo reso coeso dalla lontananza da casa, dalla situazione di precarietà, dall'estraneità della lingua, tanto che quando passa il controllore fanno insieme una colletta per raggiungere la cifra richiesta - ma il controllore avrà poi emesso il relativo biglietto?
Ma la cosa che più mi colpisce in questo viaggio attraverso la natura incontaminata, mentre il locomotore allerta gli automobilisti fermi ai passaggi a livello con i suoi barriti da elefante meccanico, sono gli sguardi di due ragazzi che siedono vicino a me. L'uno, appartenente alla prima delle due categorie descritte, guarda di sottecchi l'altro che gli sta di fronte, un extracomunitario probabilmente tunisino o marocchino, lo squadra con un senso di alterità e di distacco, mentre l'altro è concentrato a rassettare una delle buste di plastica che si è lacerata e che non copre più come dovrebbe le cianfrusaglie che di lì a poco proporrà ai bambini sul bagnasciuga. Il primo è robusto, tendente al grasso, e già pregusta le melanzane ripiene che la mamma sta preparando in uno dei paesini jonici dove si concentrano i suoi ricordi d'infanzia. L'altro è magro e non sa ancora cosa mangerà nelle prossime ore, nei prossimi giorni. Eppure, si somigliano più di quanto essi stessi sappiano. Stessa carnagione olivastra, scura, stessa barba ispida e trascurata, stesso taglio degli occhi e del mento, stessa forma della fronte e delle orecchie.
E così, nel confronto silenzioso tra passeggeri italiani e non, capisco che questo è il treno degli arabi, dove quelli di recente immigrazione incontrano i loro fratelli giunti qui qualche secolo prima, dove la storia passata e quella presente e futura del Sud Italia trovano un punto di congiunzione e di contatto, per il breve tempo di uno sferragliare di locomotiva.

venerdì 20 agosto 2010

Come creare un menù a tendina in Excel

Con questo post inizio un'attività che mi ripromettevo di fare da tempo, cioè dare seguito a quella serie di articoli tecnici che avevo iniziato a scrivere sul mio blog tecnico Microsoft, ora dismesso in quanto non ne ho più accesso non lavorando più per BigM. Inizio col riprendere alcuni articoli credo ancora utili proprio da quel blog:

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Spesso mi è stato chiesto come si fa in Excel a creare una cella con menù a tendina, in modo che chi compila il foglio di calcolo sia in qualche modo guidato nello scegliere tra una lista di valori predefiniti. Sebbene sia una cosa molto facile ho deciso quindi di scrivere un piccolo post al riguardo.

Il risultato finale dovrebbe essere ad esempio questo:


L’esempio è stato fatto con Excel 2003 proprio per mostrare come questa funzionalità sia disponibile da tempo, in realtà funziona allo stesso modo sia con Excel 2007 che con Excel 2010 (beta).
Per prima cosa scriviamo la lista di città in una colonna del foglio di calcolo.


Quindi spostiamoci sulla cella dove vogliamo creare il menu a discesa, e selezioniamo la voce “Convalida” (Data Validation) dal menu “Dati” (Data).

Nella finestra “Convalida dati” che si aprirà andiamo a configurare come Tipo di dati consentiti, la voce “Elenco” e selezioniamo l’intervallo di celle dove abbiamo precedentemente inserito la lista dei valori consentiti, come mostrato in figura:


Premiamo quindi su OK ed ecco fatto! Facile, no?

In un prossimo post vi mostrerò come si fa invece a creare dei menu a discesa condizionali… cosa che si rivela anch’essa molto utile!

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