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giovedì 8 ottobre 2015

Roma mia...



Se Marino cadrà, c'è davvero da porsi il problema su quale partito votare alle prossime elezioni comunali. 
Roma è la mia città, la amo profondamente, anche se quando andavo all'università mi ha costretto a passare 4 ore al giorno sui mezzi pubblici, anche se negli ultimi 15 anni di lavoro mi ha costretto a passare numerose mattine e serate bloccato in fila in macchina, ma continuo ad amarla e a non volermene andare. 
A chi consegnare la guida della città eterna per i prossimi quattro anni? 
La destra no, Alemanno a parte, per ovvi motivi, non voglio i soliti delinquenti affaristi à la Tredicine. 
La sinistra no, con Marino / Veltroni / Rutelli, hanno dimostrato di non saper trovare una persona e un team che riesca a governare la città, e di essere forse un po' meno delinquenti della destra, ma non di tanto... 
Mi sa che rimane una sola scelta, tra il non andare a votare (ma perchè lasciare la scelta agli altri, che probabilmente sono - almeno in parte - meno informati e capaci di giudizio di me?) e il votare M5S. 
Da uno che ha sempre aborrito la formazione politica di Grillo, che l'ha sempre criticata su tutto, che ne ha contestato i modi, i contenuti, il linguaggio, gli strumenti, le politiche, tutto insomma, eppure mi sa che non resta alternativa. Tanto per dire lo stato di degrado della politica attuale... 
Spero di cambiare idea, ma al momento la penso così. 
Servirebbe un movimento politico serio, di persone capaci e non solo oneste, e spesso solamente oneste perchè non hanno mai avuto la possibilità di rubare nulla in quanto fino a ieri facevano i disoccupati o i cocopro, con tutto il rispetto. 
Servirebbe un movimento nuovo capace di imporre (se necessario con strappi profondi) cambiamenti seri e radicali, con la volontà di fare tabula rasa dello status quo, dei diritti acquisiti che servono solo a coltivare piccoli interessi di parte, delle consociate da far fallire tutte subito senza indugio, con l'attenzione solo ed esclusivamente al servizio al cittadino, da ricostruire da zero in maniera efficiente e moderna. 
Serve questo e niente altro. 
Voi che ne pensate?

venerdì 22 agosto 2014

Nella "ruga"




Ci sono luoghi che segnano l'infanzia, e che rimangono impressi nella mente e nel cuore per tutta la vita. Ci sono strade, vicoli, negozi, palazzi, alberi e persone che non sono strade, vicoli, negozi, palazzi, alberi e persone ma sono ricordi, pensieri, stati d'animo: sono chiavi per accedere ad una memoria remota ed altrimenti sepolta, perduta.

E quando in una estate romana, rimasto in città da solo, immerso in una atmosfera rarefatta e irreale, percorri quelle strade, quei vicoli, e contempli - stupito che siano ancora lì dopo tanto tempo - quei negozi, quei palazzi, quegli alberi, e osservi quelle persone invecchiate ma tutto sommato immutate, o viceversa ne avverti la mancanza come se ci fosse qualcosa di "fuori posto", di assolutamente sbagliato, ecco che finalmente capisci il senso di un modo di dire dialettale, del sud italia.

Le vie dove si cresce, nei paesini calabresi, si chiamano "ruga". Ognuno ha la propria ruga, i vicoli, le viuzze dove ha trascorso l'infanzia. Nella ruga giocavi a pallone con i ragazzini del vicinato. Nella ruga ti sei sbucciato il ginocchio cadendo dalla bicicletta una volta di troppo. Nella ruga ti sei attardato, quella sera, e hai poi corso verso casa col fiato in gola per non fare tardi. Nella ruga sei salito furtivamente sul motorino di un amico, nonostante i tuoi non volessero. Nella ruga hai pianto e hai riso, hai litigato con quel compagno di giochi antipatico e ti sei preso pure un bel pugno in faccia. Nella ruga hai scoperto per la prima volta cosa fosse l'amore, arrossendo come uno stupido. Nella ruga hai passeggiato migliaia e migliaia di volte, discutendo con un amico dei massimi sistemi dell'universo, come se da quei discorsi dipendesse il futuro dell'umanità. Nella ruga hai confessato segreti che sembravano indicibili e che ora fanno solo sorridere, e hai ricevuto confessioni altrettanto esiziali. 

Quei vicoli sono la tua "ruga", come i segni di un volto che ne denotano l'espressività, la maturità, il vissuto. Così quelle strade sono i segni delle tue esperienze, della tua crescita. Sì, nella ruga sei cresciuto, eppure quando ci torni scopri che non sei mai cresciuto del tutto e che qualcosa di te è rimasto lì. Qualcosa di buono, qualcosa che, tanti anni dopo, in una giornata di agosto, passeggiando da solo per quei vicoli, può ancora darti una serenità profonda, come un tesoro che sai di avere e a cui poter attingere quando ne avrai bisogno.

Ma, come cantano i Beatles...

THE BEATLES
"In My Life"
(Lennon/McCartney)
There are places I remember
All my life though some have changed
Some forever not for better
Some have gone and some remain
All these places have their moments
With lovers and friends I still can recall
Some are dead and some are living
In my life I've loved them all
But of all these friends and lovers
There is no one compares with you
And these memories lose their meaning
When I think of love as something new
Though I know I'll never lose affection
For people and things that went before
I know I'll often stop and think about them
In my life I love you more
Though I know I'll never lose affection
For people and things that went before
I know I'll often stop and think about them
In my life I love you more
In my life I love you more

E' proprio così: per un amore più grande, capita nella vita che si debba partire, e allontanarsi dalla propria ruga... Crescere vuol dire anche questo. Con la certezza che la propria "ruga" ci sarà sempre, nell'intimo del cuore, a continuare ad alimentare lo spirito di quel bambino che ha visto diventare un uomo. 

venerdì 16 agosto 2013

La Calabria migliore che non può morire


Sia detto a chiare lettere: io la Calabria la amo. 

La amo non solo perchè mio padre era di questa terra, non solo perchè ho tanti dei miei parenti e dei miei migliori amici calabresi, non solo perchè ho i ricordi di un'infanzia ancorati a quelle spiagge, a quelle rocce. 

La amo perchè la Calabria è una terra che sorprende. 
Sorprende con i suoi colori, i colori di un terra arsa sulle coste, ma che sa accoglierti con boschi e pinete freschissime appena ti allontani di pochi chilometri dal mare. 
Sorprende con i suoi sapori, quelli del pesce appena scottato sulla piastra, che dischiude un piacere nuovo al palato, delle frittelle di bianchetto, sapore antico e delizioso, che solo mia zia ancora riesce ancora a trovare, del piccante e immancabile peperoncino e della dolcissima e inimitabile pasta di mandorle. 
Sorprende con il suo calore, quello del sole che brucia sulla pelle salata dopo un bagno ristoratore, e quello dei calabresi sempre accoglienti nonostante i tanti problemi e le tante difficoltà quotidiane.

E da qualche anno questa terra mi ha sopreso anche per una sua eccellenza, che ho avuto modo di conoscere personalmente: una rassegna teatrale estiva che, giunta alla sua XXVIII edizione, porta ogni anno a Catona, località nei pressi di Reggio Calabria, i migliori attori nazionali, le migliori rappresentazioni teatrali, e grandi personaggi e interpreti da tutto il mondo. Tutto questo è Catona Teatro, una realtà ormai conosciuta in tutta Italia e non solo, come ha affermato qualche giorno fa dal palco l'attore Guarneri alla fine della sua performance. Una realtà nata e sopravvissuta finora grazie all'impegno e alla passione di un gruppo di poche persone che conosco, che credono nel teatro, nell'arte, nella cultura, nel fatto che un Paese con la storia e la tradizione artistica che ha l'Italia non può rassegnarsi a vivacchiare solo di fabbriche malconce, call center deprimenti e cassa integrazione, ma anzi deve puntare tutto, tutto, tutto, sull'arte, sulla cultura, sul turismo, sulle nostre tradizioni.


E allora ecco che, anche, la Calabria la odio. 

La odio perchè sa far parlare di sè solo per l'ultimo arresto di mafia, solo per l'ennesimo comune dissestato e commissariato, solo per le sparatorie nell'entroterra, e anche nel caso di questa eccellenza, torna sulle prime pagine dei giornali perchè forse il prossimo anno Catona Teatro non ci sarà più, dopo ben 28 anni di vita in cui la passione e l'impegno di pochi hanno sopperito all'incuranza e all'ignoranza di molti. Molti amministratori comunali, provinciali, regionali, che hanno fatto mancare il loro sostegno, perchè, si sa, "con la cultura non si mangia" come sosteneva il famoso economista da quattro soldi... 



E così Catona Teatro, dimenticata dagli enti locali, umiliata persino dalla SIAE, che dovrebbe invece stendergli il tappeto rosso per il fatto di portare il teatro a Reggio, rischia di morire. Perchè, come scriveva una comune amica su Facebook, si trovano i soldi per le sagre e le feste di paese dove si balla appresso al santo, dove ci si abbuffa di stocco, pecorino e cinghiale fino a star male, ma per il teatro no. Per la cultura no. Perchè il politico di turno ci vuole così: obesi e intontiti, disattenti a tutto e a tutti. Perchè una serata in compagnia di Eduardo o Verdi o Moliere o Shakespeare o Verga sono considerate pericolose o, peggio, inutili. 

Io però questa terra voglio continuare ad amarla, e so che la gente migliore che abita quei luoghi meravigliosi (nella foto in alto, una vista panoramica di Scilla), non si rassegnerà a far morire la sua parte migliore. E' faticoso, faticosissimo, remare contro tutto e contro tutti, ma è l'unica cosa da fare.

Lunga vita al teatro, quindi. Lunga vita, se e come sarà, a Catona Teatro.

venerdì 12 aprile 2013

Il "mio" Santo - San Guido di Anderlecht

"E il tuo onomastico quando si festeggia?" Questa domanda rivoltami qualche giorno fa da alcuni amici di famiglia, mi ha spinto a pensare a questo tema, cui non avevo mai prestato molta attenzione finora.
Non ho il nome di un Santo famoso e poichè nella mia famiglia di origine non eravamo usi festeggiare gli onomastici, non avevo mai pensato finora a chi fosse il Santo da cui il mio nome trae origine e diffusione. 
Ho così deciso di approfondire la questione e, come penso sia naturale, da una ricerca sul web ho scoperto che ci sono tanti "San Guido" che si sono avvicendati nella storia della Chiesa. In particolare tre sono i più noti: san Guido abate (della Abbazia di Pomposa), che si festeggia il 12 giugno e cui sono devoti la maggior parte dei "Guido" italiani, san Guido vescovo (di Aqui Terme), e un altro san Guido straniero, dalla storia più esotica, che mi ha colpito in modo particolare. L'ho subito scelto come "mio" Santo, pur non disdegnando gli auguri dei (pochi) amici che si ricordano dell'altro san Guido il 12 giugno. 
Ora comunque so quando si festeggia il mio onomastico!


San Guido di Anderlecht

La biografia di San Guido di Anderleht, riferita al quotidiano Avvenire, è abbastanza stringata:
È uno dei santi più venerati del Belgio. Nato da una famiglia di contadini nella regione del Brabante fu dapprima sagrestano in una chiesa di Laken, nei pressi di Bruxelles. Divenne quindi commerciante, peraltro con l'obiettivo di aiutare i poveri, ma la sua prima nave affondò nella Senna. Decise allora di indossare gli abiti del pellegrino. Per sette anni si mise in cammino lungo le tormentate strade d'Europa e non solo. Si recò a Roma e a Gerusalemme. Di ritorno dal lungo pellegrinaggio fu ospitato da un sacerdote di Anderlecht, dove poco dopo morì. Era il 12 settembre 1012. Sulla sua tomba si verificarono numerosi miracoli e il culto di Guido crebbe rapidamente. Le sue spoglie si trovano nella Collegiata di Anderlecht. 
Di questo Santo cosa può colpirci e interrogarci a distanza di mille anni esatti dalla sua morte? Innanzitutto anche lui è vissuto, come noi, a cavallo di un millennio. Un'affinità che non è cosa da poco, visto che all'epoca si pensava "mille e non più mille" e c'era un diffuso convincimento di trovarsi alla fine di un'era se non alla fine del mondo. Un sentimento quanto mai attuale in questo tempo in cui sembra che ogni certezza, ogni caposaldo del passato sia rimesso in discussione e il senso di precarietà è diventato l'unica cifra di lettura stabile del nostro futuro.

Questo è anche un periodo in cui è ritornato nuovamente "di moda" richiamarsi all'essenziale, ad una certa moralità nei costumi pubblici e privati, ad una certa sobrietà nell'uso delle risorse individuali e di quelle collettive. Anche in questo ambito San Guido di Anderlecht può essere considerato un modello da imitare. Nella sua agiografia scritta dall'autore Piero Bargellini, si legge tra l'altro:
Due secoli prima che il Poverello di Assisi celebrasse con tanto candore le sue nozze con Madonna Povertà, un altro santo, meno conosciuto, aveva avvertito il pericolo che il denaro fa correre alle anime, anche quando lo si riveste di nobili intenzioni, come il desiderio di soccorrere con l'elemosina gli indigenti. E’ Guido di Anderlecht. [...] Mite e generoso, Guido mostrò fin da giovane il suo distacco dai beni terreni, donando quanto possedeva ai poveri. Desideroso di condurre vita ascetica, lasciò anche la casa paterna e a Laken, presso Bruxelles, scelse di fare il sacrestano al parroco, per rendersi utile al prossimo e al tempo stesso dedicarsi alla preghiera e alle pie pratiche dell'ascesi cristiana. A un certo punto della sua vita, non per desiderio di guadagno, ma per costituire un fondo a favore dei poveri, si mise nel commercio. Non fu una scelta felice e se ne accorse quasi subito, poiché la prima nave che riuscì ad armare affondò nella Senna con tutto il carico.
La vita di San Guido, dunque, come può esser capitato a ciascuno di noi, è segnata da entusiasmi, progetti, iniziative virtuose, a cui però seguono fallimenti e sconforto. Se questo vi sembra familiare, ecco che la reazione di San Guido a queste vicissitudini può ancora insegnarci qualcosa:
Per Guido fu un avvertimento del Cielo, non perchè la professione del commerciante sia contraria alle leggi del Signore, ma perché egli aveva preferito la via più comune a quella più ardua nel cammino verso la perfezione. Guido indossò allora l'abito del pellegrino e per sette anni percorse le lunghe e insicure strade dell'Europa per recarsi in visita ai più grandi santuari della cristianità. Fu a Roma e poi proseguì per la Terrasanta.
Una vita, dunque, spesa alla ricerca del Signore, fino ad arrivare alla Terra Santa, passando per Roma. Una attenzione e un amore verso il Medio Oriente che sento particolarmente vicini e forti, nel mio impegno nell'associazione Finestra per il Medio Oriente, e che in san Guido è così intensa da trasformare quest'uomo in età già adulta, in un pellegrino, il quale pur mancando di tutto non rinuncia a cercare una vicinanza sempre più stretta con i luoghi della Salvezza, anche a costo della vita.
Di ritorno dal lungo pellegrinaggio, stanco e malato, venne ospitato da un sacerdote di Anderlecht, una cittadina presso Bruxelles, dalla quale prese l'appellativo e dove poco dopo morì, senza lasciare un ricordo particolare. Infatti anche la sua tomba venne per molto tempo trascurata, finché il ripetersi di alcuni prodigi rinverdì la memoria del santo, al quale fu dedicata una grande chiesa che ne accolse le reliquie. Nel corso dei secoli la devozione a S. Guido si allargò. Così sotto la protezione dell'umile sacrestano, figlio di contadini, si sono posti i lavoratori dei campi, i campanari, i sacrestani, i cocchieri. S. Guido protegge le stalle, le scuderie e in particolare i cavalli, che durante la festa annuale ad Anderlecht vengono benedetti al termine di una folcloristica processione. Poichè sembra sia morto di dissenteria, il suo nome è invocato da quanti sono afflitti da questo male.
Di lui, infine, nella antica versione del Martirologio Romano del 1702 conservata presso la prestigiousa Università di Princeton e digitalizzata da Google, al 12 Settembre, dopo la sfilza degli altri (più importanti?) Santi del giorno, nell'ultima riga si legge solamente quanto segue:



Da questo testo potrebbero nascere delle disquisizioni su come possa un laico essere indicato come confessore. Al di là di questo, visto che si dà il caso che alcuni amici mi chiamano da sempre "Guidone", risulta così dimostrato con certezza che questo è proprio il mio Santo! 

Quindi d'ora innanzi il 12 Settembre fatemi gli auguri! :-)

giovedì 14 marzo 2013

E’ bianca! E’ bianca!

Arrivo a san Pietro verso le 18.30. Il quarto scrutinio dovrebbe essere già finito e se la fumata non è ancora arrivata, è improbabile che quella successiva sia bianca. Cosa vuoi che cambi tra uno scrutinio e quello immediatamente successivo? Di cosa vuoi che discutano i signori Cardinali in quei pochi minuti che passano tra una votazione e l’altra?
La piazza non è pienissima, anche perché piove abbastanza forte. I soliti americani in shorts, le suorine che pregano, i turisti incuriositi che commentano i cerchi dei segni zodiacali sulla piazza, il copione che si ripete ad ogni occasione simile a quella che stiamo vivendo. E’ il conclave, rito antico e che dovrebbe essere una delle manifestazioni più tangibili dello Spirito sulla terra, ma che forse ormai è vittima anch’esso della politica che si è insinuata in Vaticano, almeno secondo quanto dicono i giornali, e specie nella Curia, indicata come epicentro del malessere della Chiesa. Tuttavia, è sempre emozionante stare qui, tutti insieme, tra persone stralunate e altre impettite che sembrano appena uscite da un consiglio di amministrazione. E’ sempre emozionante vedere la grande varietà umana e spirituale che la Chiesa riesce ancora, nonostante tutto, a raccogliere intorno a sè. Mi volto indietro, verso la platea che è stata costruita per ospitare le televisioni di tutto il mondo. Per un momento rimango abbagliato dalle luci che da quel palco cercano di illuminare la piazza che si sta facendo sempre più buia nel calar della sera.
Come mi ero preparato all’attesa? Ieri ho scritto questo sul mio profilo Facebook:
Chiusa in questo momento la cappella sistina. Inizia il conclave. Consiglio a tutti anzichè seguire i gossip e i totopapa, di rivolgere un'invocazione allo Spirito perchè scombini come al solito le carte e crei cose nuove. Ne abbiamo tutti bisogno.
E allora rivolgo anche in questo momento un’invocazione allo Spirito. I Cardinali ne hanno bisogno. Poi il vociare: la fumata attesa? No, è solo un gabbiano che si è appollaiato sulla ciminiera e che farà parlare di sè tutta la piazza nei minuti successivi, prima di prendere il volo, noncurante di essere stato per qualche istante al centro delle cronache mondiali. La pioggia aumenta. Gli ombrelli si fanno più fitti, anche nella parte della piazza dove ci siamo messi, da cui la sommità della cappella sistina non si vede benissimo e che quindi è rimasta leggermente più vuota. Non riusciamo quasi a vedere nemmeno i megaschermi presenti sul piazzale. Ma non ce n’è bisogno, come scopriremo a breve.
Un altro pensiero di questi ultimi giorni mi torna alla mente. Mi aveva colpito un passo del Vangelo di domenica scorsa.
Al Pontefice che sarà, chiederei solo di meditare in profondità questa frase del Vangelo di Luca, proclamata proprio domenica scorsa prima dell'inizio del conclave:
"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»."
Ecco, la chiesa deve essere capace di accogliere tutti come faceva Gesù, compresi i peccatori, nessuno escluso per nessun motivo, e non solo di accoglierli ma anche di mangiare con loro, ovvero creare intorno a se stessa un unico popolo di Dio, in cui tutti possiamo sentirci fratelli.
Scoccano le 19. Quanto ci sarà da aspettare ancora? Si discute del più e del meno, del fatto che ormai se ne parlerà domani, del fatto che però è strano perchè forse oggi sarebbe stato Scola il favorito ed effettivamente poteva essere lui - una persona di esperienza ma non troppo legata alla curia - forse il più adatto a guidare la Chiesa in un momento così difficile. Domani potrebbe essere il turno dei non europei. Ma, ad un certo punto, ecco che un urlo diffuso e concitato, continuo e ripetuto, come un comune contagio di sorpresa, ci interrompe nei nostri discorsi. Allunghiamo il collo, guardiamo in alto, gli ombrelli ci sono ancora ma non si sa come una consapevolezza ormai è già presente in tutti noi: è bianca! E’ bianca! E’ davvero bianca, bianchissima! Inconfondibile! Incontestabile! Urla, suoni, confusione! E’ Bianca! E’ biancaaaaaaaaaa! ABEMUSPAPAAAA!
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E subito tutti, mossi da un comune sentire, tutti corriamo, tutti corrono, le suorine gli americani gli impettiti gli stralunati tutti capiscono che è giunto il momento in cui conosceremo un nuovo pastore di santa-romana-chiesa, tutti allora di corsa, senza indugio, via dai lati della piazza dove i megaschermi si vedevano meglio, ma ormai non importano più i megaschermi, tutti allora verso il centro, avanti, il più possibile sotto la loggia, vicino, per vedere chi sarà, per essere lì sotto, per capire meglio cosa diranno… Suonano le campane, urlano i bambini, gli adulti, tutti! E una volta trovato un assetto, smette anche di piovere. Il vociare è tutto un totopapa, tutto un pregare, un chiacchiericcio, fino a che non si iniziano a sentire anche i tamburi delle bande, sia di quella vaticana che dei carabinieri. Le campane suonano ancora a distesa! Sarà Scola, sicuro, lo avevano detto che si erano già messi d’accorso, si sapeva che era già tutto organizzato… Scola sicuro, altri così rapidi non sarebbero mai potuti essere eletti, così la pensano tutti, così afferma il seminarista che la sa lunga, il vecchietto napoletano, la giovane donna che sembra musulmana, l’americano che tuttavia spera ancora in Dolan.
Ed ecco che finalmente appaiono. La voce stentata del cardinale Tauran, figura generosa, simbolo di una Chiesa che non si risparmia. Finalmente, l’annuncio tanto atteso.
Annuntio vobis gaudium magnum… habemus-Papam…
Ecco, ora dice Angelum, angelum, angelum…
Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum… Dominum…
Ecco, ora dice Angelum, angelum, angelum…
Georgium Marium!
(!?) Georgium Marium? E chi è? Noooooooooo! Ma davvero è l’argentino!? Quello che va in giro in autobus? Il gesuita? … Inizia una nuova stagione signori… Eccitazione nella piazza, qui non abbiamo capito nemmeno il nome che ha scelto… Urla, tamburi, flash, salti, strepiti… Al telefono – mamma davvero Francesco!? – ma è il primo a chiamarsi così? Come il poverello d’Assisi? Ma non si doveva chiamare Leone per una chiesa forte e decisa? Forse che come dice San Paolo “quando sono debole, è allora che sono forte”…
Ma il momento più bello e toccante è quando compare Lui, e visibilmente commosso chiede di essere benedetto da noi.
Lui, da noi! Mai nella storia un pontefice lo aveva fatto. Mai! Alcuni pensano addirittura che sia improprio, che sminuisca la sacralità del papato… A me in quel momento di silenzio – silenzio assoluto che se chiudevi gli occhi sembrava di essere da soli in una piazza ormai superaffollata – in quel momento di silenzio in cui ognuno ha pregato per il nuovo Pastore di santa-romana-chiesa e lo ha benedetto in cuor suo, in quel momento è sembrato davvero di sentire lo Spirito sorvolare la Piazza e sorridere, compiaciuto, di aver ancora una volta scombinato le carte, di aver ancora una volta creato qualcosa di nuovo per guidare la Chiesa di Cristo verso l’incontro con il Padre.



venerdì 7 settembre 2012

Lo scempio


Ogni mattina ci accoglie prima di arrivare al lavoro: 
immobile, muto, desolato monumento, 
simbolo dell'incapacità della nostra classe politica, 
dello zero gestionale dei nostri amministratori, 
ma anche dell'indifferenza di noi cittadini.
Questo scempio, 
megalite nudo di una società ormai depressa, 
non ci ruba solo minuti e benzina ogni giorno, 
ci ruba la speranza che l'Italia possa cambiare in meglio.
Come si può tollerare che una struttura 
che doveva essere pronta nel 2009, 
sia ancora in questo stato, 
e che probabilmente ci rimarrà per sempre?
Facciamo qualcosa, 
vi prego!

mercoledì 25 aprile 2012

Rock in the Parrock!

ritpImmaginate qualche centinaio di giovani (giovani davvero, under 25, in maggioranza ragazzi dai 15 ai 20 anni), che ballano di fronte ad un palco sul quale si suona musica rock. Rock duro, di quello death ed heavy metal (qualsiasi cosa questo voglia dire!), suonato da gruppi amatoriali di ragazzi loro coetanei. Alcuni dei presenti, dopo un po’, iniziano a “pogare” in maniera spinta (se non sapete che vuole dire, non siete giovani!!!). Tutto ciò mentre altri preparano penne alla matriciana, bruschette con salsicce, patatine fritte e crepes alla nutella, sotto la guida esperta di un altrettanto giovane chef che mostra di avere il giusto phisique du role (è un colosso alto quasi due metri che non nasconde, anche con la sua mole, di essere davvero una buona forchetta).

Guido, ma dove diavolo sei capitato, vi starete chiedendo? Nell’ultima trovata del Circolo degli Artisti, o al Torretta, o in un altro centro sociale della capitale? Oppure ad una edizione eccezionale della Festa dell’Unità d’altri tempi? O ancora in qualche organizzazione residua di CasaPound e simili? Niente di tutto questo.

La serata, proprio così come ve l’ho descritta, si svolge all’incirca ogni mese in una grossa parrocchia romana, e precisamente alla parrocchia di San Policarpo sulla tuscolana (altezza Giulio Agricola), e si chiama Rock in the Parrock. In parrocchia!? Sì, in parrocchia. E già da quattro anni ormai. I due preti che attualmente curano questa atipica “attività pastorale”, assicurano che in ogni serata si affrontino anche temi formativi, ad esempio nell’ultimo appuntamento si è parlato di dialogo interreligioso, prendendo come spunto la figura di don Andrea Santoro (da cui la nostra presenza). Fare una testimonianza sul dialogo interreligioso, e sul senso di riconoscenza che dobbiamo avere nei confronti del Medio Oriente, su un palco nell’intermezzo tra due brani rock non era mai capitato, ma credo che lui (don Andrea) ne sarebbe contento.

L’esperienza in sè è stata molto formativa per me. Ho trovato un modo nuovo di vivere la Parrocchia. Si percepiva che i ragazzi sentono la Parrocchia (quella parrocchia!) come casa loro, che ci si trovano bene e che, al di là della giornata rock, quello è un modo per farli sentire a casa anche in altri momenti della loro vita. Un ragazzo che cresce in quell’ambiente saprà sempre, anche se è lontano dalla fede, anche se non crede in Dio, anche se ci va solo per sentirsi un concerto gratis e mangiare a poco prezzo, che la Parrocchia esiste, che è un luogo dove c’è qualcuno che ti ascolta e dove puoi andare quando stai nei guai. I genitori dei ragazzi sostengono l’iniziativa proprio per questo: al giorno d’oggi è necessario che la Parrocchia e le altre strutture ecclesiali in generale trovino forme nuove per avvicinarsi ai giovani, che inizino a parlare la loro lingua e che inizino a trasmettere l’idea che nei luoghi religiosi ci si può anche divertire, che la religione è anche e soprattutto gioia, energia, e non solo riflessione e introspezione.

Ed ora, buon ascolto!

 

…c’era anche rock molto più duro ma non l’ho trovato su Youtube…

martedì 22 novembre 2011

Sei gradi di separazione... o cinque!?


Da tempo mi affascina la "teoria dei sei gradi di separazione" ovvero, riprendendo da Wikipedia, quella ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene.
Quest'idea mi affascina, perchè da una parte mostra come il mondo, quell'orizzonte vasto e inconoscibile nella sua totalità, possa essere in realtà considerato "a portata di mano", e come le risorse a nostra disposizione siano virtualmente infinite; dall'altra perchè è una delle idee prodotte dall'igegno umano che sfuggono ad un giudizio di validità di primo acchitto... Sarà vera o no questa teoria? Difficile dare una valutazione sensata e provata. 

Ci aveva provato, sempre riprendendo da Wikipedia, nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram. Egli trovò un nuovo sistema per testare la teoria, che chiamò "teoria del mondo piccolo". Selezionò casualmente un gruppo di 256 americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, la sua occupazione, e la zona in cui risiedeva, ma non l'indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all'esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che a loro giudizio avesse il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via fino a che il pacchetto non venisse personalmente consegnato al destinatario finale. I promotori dello studio si aspettavano che la catena comprendesse perlomeno un centinaio di intermediari, mentre invece, per far arrivare il pacchetto, ci vollero in media solo tra i cinque e i sette passaggi.

Questa fu una prima parziale verifica che la teoria dei sei gradi di separazione potesse essere valida, ma di fatto fino ad oggi mancavano delle verifiche ad ampio spettro della veridicità dell'ipotesi. Fino ad oggi, appunto. 

Ora le notizie sono due: 
  • Facebook, analizzando il grafo di connessioni di amicizia dei suoi 721 milioni di utenti attivi, ha dimostrato su un campione di persone mai così ampio che la teoria è valida, e che anzi nel 99,6% delle coppie possibili di persone bastano solo 5 intermediari, e nel 92% delle coppie possibili ne bastano addirittura
  • Lo studio è stato reso possibile grazie all'uso di state-of-the-art algorithms developed at the Laboratory for Web Algorithmics of the Università degli Studi di Milano. Quindi un successo parzialmente italiano!
L'articolo dove viene presentata questa analisi dei dati presenti su Facebook è disponibile qui.

A questo, una volta dimostrato che io posso entrare in contatto così facilmente con chiunque voglia, ecco cosa rimane da capire:

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