Stai per leggere un articolo che probabilmente non è molto adatto a un blog. Rilassati. Prenditi il tempo che occorre, perché non sarà una lettura immediata; se non ne hai a bastanza, ritorna più tardi, o domani, o mai. Chiudi la porta, e per qualche minuto lascia fuori tutto il resto del mondo. Se necessario, abbassa la serranda o chiudi gli scuri, per non farti disturbare dai rumori. Oppure spera che il resto del mondo non ci interrompa e ci lasci in pace. Mettiti comodo, finché in questa stanza non ci saremo solo io e te.« Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo.
Giovanni Pascoli
***
L’ho vista e sentita citata in tutte le salse, a conferenze, dibattiti, in libri ed esami universitari. Qualche anno fa, oltretutto, un’amica me ne consigliò la lettura, dopo aver capito che genere di vita conducessi. Lo dico con 7 anni di ritardo: negli ultimi mesi ho compreso come e perché lo facesse, e in quale misura avesse ragione. Sto parlando delle Lezioni americane di Italo Calvino, e nello specifico della prima lezione, quella sulla Leggerezza. Inizia come segue: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire».
È un paradosso strano, perché la mia intenzione è di applicare lo stesso meccanismo al dualismo memoria/oblio; e la particolarità è che ogni cosa di positivo che si può dire sull’oblio sia dovuto esclusivamente a qualche risorsa mnemonica; tutto ciò che posso dire sulla dimenticanza, lo posso dire solo perché lo rammento. Si può scegliere di ricordare, certo; ma si può anche scegliere di dimenticare?
« Cada abril, se me va
de nuevo en el recuerdo.
Fuga de fuga
de fuga.
Recuerdo de recuerdo
de recuerdo...
Juan Ramón Jiménez
***
Siamo pieni di giornate dedicate a cose da ricordare; così, ogni giorno ci ricordiamo qualcosa, dimenticandoci di tutto il resto (che verrà ricordato, presumibilmente, durante l’anno successivo). Ma abbiamo una qualche idea di cosa sia la memoria?
Sicuramente in testa abbiamo un concetto simile a questo: è la capacità di conservare le informazioni nel tempo; la sua funzione è svolta dal cervello, che così ci permette di riconoscere persone, cibi, oggetti, di leggere e di fare moltissime altre azioni; di ritornare indietro nel tempo della propria biografia, o di riportare alla superficie conoscenze enciclopediche. Un’idea sostanzialmente statica: si travasano le cose nella memoria, e lì rimangono e possono venire ripescate intonse. Ma è proprio sicuro?
« Your memory is a monster; you forget—it doesn’t. It simply files things away. It keeps things for you, or hides things from you—and summons them to your recall with a will of its own. You think you have a memory; but it has you!
John Irving
***
Le neuroscienze (un miniriassunto lo trovate qui) ci spiegano invece che la memoria è il processo di costruzione dei legami neuronali: fissare un ricordo significa rinforzare il collegamento tra determinati neuroni. La memoria è quindi un processo di costruzione continua: non si ripesca da un magazzino, ma si ripercorrono dei legami fisici. Pertanto, richiamare un ricordo molto distante significa necessariamente distorcerlo, perché i collegamenti tra i neuroni sono cambiati, e tutto il processo ne risulta influenzato. Questa considerazione, però, non cambia affatto il concetto che noi siamo ciò che siamo per via di quello che impariamo e ricordiamo; è soltanto che il concetto di una memoria che non sia più monolitica ci aiuta a seguire il nostro mutamento continuo. Noi cambiamo, cambia anche la nostra memoria.
Faccio solo gli ultimi esempi, e poi vado al dunque. Prendiamo il caso della Rete. Google ha cambiato le sue condizioni d’uso: tutto ciò che fai verrà immagazzinato e conservato da Google per i propri scopi. Oppure la politica del futuro, che scava metadati in Rete: cioè analizza gli elettori, ne studia interessi e opinioni “pubblici”, e suggerisce agli esponenti cosa è meglio dire. O ancora direttamente i social network: una memoria lì, fissata nella Rete e negli schermi dei nostri amici (e, quando chiediamo ai gestori di cancellarci, di solito qualcosa rimane comunque). È come se fosse stato del tutto eliminato il diritto all’oblio, nella nostra società.
« C’è differenza tra l’aver dimenticato e non ricordare.
Alessandro Morandotti
***
Non mi schiererò né contro la Giornata della Memoria (27 gennaio), né contro la Giornata del ricordo (10 febbraio), né contro la Giornata del ricordo per le vittime delle mafie (21 marzo) né altre cose consimili: ne conosco il valore, e lo apprezzo. Io per primo, oltretutto, sono un cultore della memoria: difficilmente mi dimentico una data (tranne quelle volte che mi sbaglio di una-settimana-una... per fortuna succede con cadenza bisestile), e in generale sono molto attento alle ricorrenze, quando in qualche misura mi toccano. Ma a volte sento il bisogno di coltivare un altro valore altrettanto valido, e radicalmente contrario.
« La seule fonction de la mémoire est de nous aider à regretter.
Émile Cioran
***
Qualche esempio sparso. Quando si esce da un regime tormentato (come può essere stato per il Cile, o per l’Iraq), di solito si sancisce un (tacito) «patto dell’oblio»; perché bisogna necessariamente scegliere tra due principî: la giustizia e la convivenza pacifica, e se si persegue l’uno si rinuncia all’altro; il patto dell’oblio è la rinuncia a perseguire chi fosse in combutta col regime precedente, in cambio della pacificazione. Ancora: i ricordi spesso aiutano a capire e a sollevare dubbi giusti, ma possono diventare anche trappole mentali che impediscono di fare nuove esperienze, e questo sulla base del proprio passato, non del proprio futuro. Un esempio pratico, infine: non c’è una frase più falsa di «So come ti devi sentire»: non è mai vero, è una frase irritante. Come sentirsi fare un complimento quando hai appena fallito, o quando non sei stato in grado di suscitare il miracolo che ti veniva richiesto dagli eventi. E allora le strade diventano due: una porta al rimpianto/rimorso, l’altra all’oblio.
« What happened in the past that was painful has a great deal to do with what we are today.
William Glasser
***
Sto cercando di dire quanto segue. Che ognuno ha qualcosa da dimenticare: qualcuno i motivi per cui non dorme da vent’anni, qualcun altro le cause della sua introversione o della sua timidezza, qualcun altro ancora i motivi per cui gli eventi della vita hanno infierito su di lui, o mille altre cicatrici mentali. Dimenticare per prendere distanza da se stessi: vedersi con occhi più indipendenti, giudicarsi per ciò che si è, e non per ciò che si crede di essere.
« A futura memoria (se la memoria ha un futuro).
Leonardo Sciascia
***
C’è persino una non indimenticabile serie televisiva, adesso, che prende spunto da una patologia, l’ipertimesia, cioè la capacità di ricordare la propria vita quasi in ogni dettaglio. Nella prima puntata, la rossa Carrie Wells (la protagonista della serie) dice, tra le altre cose: «Avere il potere di dimenticare dev’essere una gran bella cosa» (chiaramente una traduzione fedele della battuta originale: «So I guess the question is, “Who is our mystery woman?”»). In ogni caso, sarebbe lo stesso anche se parlassimo dell’ipermnesia: patologie o situazioni particolari e al limite.
Personalmente, ritengo che la nostra società sia capace di dimenticare anche troppo in fretta; ma non è questo il punto che mi interessa oggi. Il guaio è piuttosto per quegli individui che, pur non soffrendo di patologie mnemoniche, tendono a perdersi nei ricordi, avendo difficoltà ad abitare il presente, e che vivono il futuro come una minaccia a un ordine prestabilito e già noto. E sono tanti. Non è meglio allora dimenticarsi i fantasmi di una vita intera, quanto lunga sia?
« If it’s possible to forgive and forget; or to forgive and not forget; when would you forget, but not forgive?
Todd Solondz
***
Personalmente, e per fare solo tre esempi banali ma non troppo, ancora mi tormenta il ricordo nitido e cristallino di un urlo ripetuto, in spiaggia, a fine estate del 2008 (ma ancora stampato inesorabilmente nei miei circuiti mentali); oppure il rimorso di non avere porto un cappotto, un giorno, a una persona per me importante (senza sapere se questo avrebbe poi significato qualcosa); o ancora di non essere stato capace di chiedere «quando ci rivediamo?», anzi: di avere così lasciato che mi si dicesse «vabbè, ci vediamo» con un tono un po’ rassegnato e per nulla convinto, direi quasi deluso.
Ma tutti questi ricordi non sono forse quelle lesioni che mi impediscono di non fare nuovamente lo stesso errore? Non diventano l’alibi per aggiungere nuove ferite all’amor proprio, nuove screpolature a uno sguardo quanto mai irresoluto?
« A veces, las cosas más reales sólo suceden en la imaginación. Sólo recordamos lo que nunca sucedió.
Carlos Ruiz Zafón
***
Se quindi, come dicevo, la memoria è un processo di costruzione e ricostruzione continua, ciò significa che ci si trova ogni volta a vivere e rivivere il solito dolore. Anche se in forma cambiata o comunque differente, perché le sinapsi sono diverse (altri eventi si sono sovrapposti, altre sinapsi si sono rafforzate e interferiscono): questo significa in ogni caso dover rivivere ogni volta le stesse cose. E probabilmente è anche per questo ci sono dolori che migliorano o peggiorano col passare degli anni: perché rivivendoli ne cambia il ricordo. Anche per questo, a distanza di anni, si perdona più facilmente. Forse è (anche) per questo che spesso, crescendo, l’impatto emotivo di eventi dolorosi o addirittura traumatici si diluisce e viene vissuto con più serenità. (Fanno eccezione patologie come il disturbo traumatico da stress, per dire un solo caso.)
« [Las cosas] Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.
Jorge Luis Borges
***
Non voglio negare che la memoria sia anche quell’identità che ci permette di (ri)conoscerci, di fondare la nostra società su valori condivisi, di costruire mitologie esemplari per le generazioni a venire. Solo che mi piacerebbe che venisse data importanza anche al dimenticare, che venisse dedicato un giorno anche a questo. Per quanto un desiderio del genere sia autocontraddittorio (un giorno per ricordarsi di dimenticare).
« I think it’s possible, if someone did something really terrible to you, like... really horrible; something that hurts you so bad, that’s so painful; maybe then... it’s better to forget and live without all that pain, instead of forgiving, and remembering?
Todd Solondz
***
A volte penso che abbiamo davvero un bisogno originario di dimenticare, eppure fatichiamo ad accorgercene. Dimenticare le cose brutte perché fanno male; e quelle belle per non compiacercene troppo. Un giorno dell’amnesia, per spogliarci dei nostri piccoli castighi e mostrare le nostre anime nude una di fronte all’altra; spogliarci delle nostre identità per dimenticarci di chi siamo diventati, e ricordarci di chi siamo veramente. Per scoprire che la cosa che ci verrà più spontanea sarà abbracciarci.
Nota: il primo paragrafo, quello in corsivo, è liberamente ispirato all’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino.
Sarebbe bello, ma si puo imparare a dimenticare? Purtroppo voler dimenticare qualcosa e' gia un ricordo di quella cosa e si ottiene l' effetto contrario..
RispondiEliminaHo finalmente avuto il tempo di leggere con la dovuta calma.
RispondiEliminaTu parti da un presupposto: che il ricordo delle situazioni negative o dolorose ci veda come spettatori di una sorta di film e quindi incapaci di fare altro se non rivivere il dolore passato.
Secondo me non è così: la soluzione non sta nell'oblio, ma nell'azione. Alzare il telefono, tornare a porgere quel cappotto, incontrare quella persona, in altre parole ascoltare-parlare-agire-sudare-vivere...
Solo così i ricordi diventano quella storia personale che ci fa crescere e che ci fa migliorare di giorno in giorno.
Altrimenti, non solo rinunceremmo a ciò che ci rende quello che siamo, ma perderemmo quanto c'è di più bello, che si riassume in sostanza nell'aver avuto un limite, un problema, una difficoltà, ed essere riusciti a superarlo con sforzo, con fatica e non senza dolore...
Questo puo' valere per quei ricordi in cui siamo stati protagonisti. ci sono poi situazioni che ci hanno visto subire e non agire, penso a ricordi di violenze subite. Ascoltare-parlare-agire-sudare-vivere..aggiungerei anche perdonare.forse il perdono aiuterebbe ad alleggerire il peso di certi ricordi?
RispondiEliminaIl mio dubbio (e non è un presupposto: è una eventualità che si presenta a volte sì e a volte no) è che non sempre la strada sia quella di ricordare (e di incistarsi nel ricordo: "Il guaio è piuttosto per quegli individui che, pur non soffrendo di patologie mnemoniche, tendono a perdersi nei ricordi, avendo difficoltà ad abitare il presente"). Mi riferisco anzitutto non a chi agisce, ma a chi subisce qualcosa. Potrei dire "subisce un danno", visto il libro che Guido sta leggendo (su consiglio di una persona a caso...).
RispondiEliminaPerdonare a volte alleggerisce, ed è un valore per me fondante; ma a volte perdonare non è abbastanza. Butto là: una vittima di violenza può perdonare, ma la sua vita non ne risulterà per sempre modificata, senza alternative?
Se tu, Guido, avessi subito una violenza... saresti capace di reagire? Non ne sarei così sicuro. Credo che chi ha commentato dopo di te abbia capito perfettamente quello che intendevo. A volte si diventa ciò che si è perché non si può dimenticare qualcosa.
Io non ho soluzioni; mi limito a indicare una strada che a volte non pensiamo. Il diritto a lasciar perdere, a dimenticare o a essere dimenticati. Perché a volte il fatto di non avere porto un cappotto è esattamente la cosa che fa sì che... non lo porgerai un'altra volta, per paura di qualcosa che non è più qui. Ecco tutto.
Non vorrei aver dato l'impressione di semplificare il discorso o di non tenere nella giusta considerazione gli eventi che possono segnare la vita di una persona.
RispondiEliminaNon dico che io sarei in grado di reagire qualsiasi cosa mi accadesse, nè giudico negativamente chi non lo fosse. E' evidentente che gli eventi che subiamo ci segnano, ci cambiano, per sempre, e di questo dobbiamo tenere conto. Aggiungo che subiamo una violenza anche quando viviamo una sofferenza, anche quando abbiamo a che fare con il male, con la malattia, con un lutto. Queste cicatrici ce le portiamo addosso e non si possono cancellare in nessun modo.
Sostengo tuttavia che il nostro vivere deve essere concentrato non sul passato ma sul futuro, che è l'unica cosa su cui abbiamo un qualche potere (più o meno grande) di intervento.
Uno dei passi biblici che mi piace di più, e anche uno dei più difficili e spigolosi a mio avviso, è la parabola dei talenti.
http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Mt25%2C14-30&formato_rif=vp
In questo passo, mi piace sostituire al Padrone/Dio il concetto più laico di Vita, perchè è la Vita che ci da i "talenti" di cui si parla.
Intanto si parte da una ingiustizia. Non viene dato tutto a tutti in parti uguali. Nel brano si afferma che viene dato a ciascuno in funzione della "capacità" ma sappiamo bene che non è così... Nell'assegnazione reale dei talenti intervengono fortuna, caso, accidenti vari.
Ma ancora più ingiusto è lo svolgimento del racconto. Se il servo a cui viene dato un solo talento è per ipotesi quello meno capace/fortunato di tutti, perchè stupirsi che non lo faccia fruttare?
Ecco, la chiave di lettura cristiana è che tutti, anche quelli che hanno un dato di partenza svantaggiato (al di là che sia per loro incapacità, per sfortuna, per accidente), devono poi impegnarsi per farlo "fruttare" in qualche modo.
Il centro di tutto il passo però sta proprio nella risposta del servo: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo".
In sostanza il passo biblico si concentra, più che sull'importanza di far fruttare il bagablio di doti e di capacità che si ha, sull'atteggiamento sbagliato di chi non prova nemmeno a farli fruttare.
Un atteggiamento pessimista e che vede il mondo come negativo e "cattivo", rischia di tarparci le ali per il futuro più di quanto non lo facciano i problemi che abbiamo vissuto in passato.
Capisco anche che è facile essere ottimisti in una villa a Beverly Hills mentre si sorseggia un ottimo vino francese d'annata, e un po' meno in una Favelas di Rio de Janeiro vivendo in una baracca coperta di eternit... e quindi tutto quello che ho scritto qui, lo sostengo con il massimo rispetto e la massima comprensione anche per chi la pensa in modo opposto o per chi proprio non ce la fa a pensarla così pur se lo volesse.